La calamita emozionale.

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L’architettura del cervello umano  riveste una notevole importanza quando si cerca di comprendere il comportamento di un leader.

Diventa cioè importante non solo ciò che fa, ma come lo fa.

Il nostro cervello limbico, la parte dove risiedono le emozioni è stato definito dagli scienziati un circuito aperto che si regola, in grande misura, sulla base di influssi esterni. Questo significa che ciò che avviene nell’interazione con gli altri, influenza la nostra stabilità emotiva.

Il circuito aperto è stato definito “regolazione limbica interpersonale” capace di trasmettere dei segnali che influiscono sui livelli ormonali, sul cuore, sui ritmi sonno-veglia e sul sistema immunitario di un’altra persona.

In altre parole, siamo completamente permeabili, dal punto di vista emotivo,  a ciò che avviene intorno a noi.

Ecco perchè è così importante il trasferimento emozionale all’interno di un gruppo.

Si crea sempre una specie di alchimia emotiva  in cui ogni partecipante riversa il proprio modo e la propria profumazione emotiva, capace di dare una fisionomia particolare a questo importante aspetto.

Colui che, però,  che influisce più degli altri è il leader, rappresentando la base di ogni spunto emotivo dei membri del gruppo, sia per il ruolo gerarchico che gli permette di dare le indicazioni che gli altri seguono, sia per il ruolo personale che si esprime nei significati che egli attribuisce agli eventi e che sono trasmessi, in larga misura, agli altri membri.

Il leader fornisce solitamente anche una chiave interpretativa degli eventi.

 Il leader decide lo standard emotivo del gruppo.

Il leader che sa esprimere la forza emozionale con il volto, la voce e i gesti avrà maggiore possibilità di trasmettere le sue emozioni agli altri, contagiando positivamente o negativamente le loro emozioni.

Goleman chiama i leader capaci di trascinare emotivamente un gruppo calamite emotivepoichè sono fonte di attrazione, come calamite appunto, per tutti gli altri.
Il semplice fatto di avere come modello un leader così rappresenta per i membri del gruppo un rinforzo, detto rinforzo vicario, che non necessita di gratificazioni esterne, rappresentando esso stesso una gratificazione capace di sostenere la motivazione e la fiducia.

Un leader capace di intelligenza emotiva attira talenti e fa durare nel tempo il rapporto perchè lavorare con lui diventa un piacere.

Ricomporre i frammenti

Scrive Eriksen:  “Invece di organizzare la conoscenza secondo schemi ordinati, la società dell’informazione offre un’enorme quantità di segni decontestualizzati, connessi tra loro in maniera più o meno casuale […]. Per riassumere, se si distribuisce una crescente quantità di informazioni a una velocità anch’essa crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive. C’è il rischio che i frammenti prendano il sopravvento, con conseguenze rilevanti nel modo di rapportarsi al sapere, al lavoro e allo stile di vita in senso lato”.
(T. Hylland Eriksen, Tempo tiranno. Velocità e lentezza nell’era informatica, Milano, Eleuthera, 2003, pag. 13).

Questa tendenza mi rimanda a G. Simmel quando parla di atteggiamento “blasè” riferito agli abitanti delle  metropoli, città moderne e densamente abitate:  “L’essenza dell’essere blasè consiste nell’attitudine della sensibilità rispetto alle differenze tra le cose, non nel senso che queste non siano percepite, come sarebbe il caso di un idiota, ma nel senso che il significato e il valore delle cose stesse, sono avvertiti come irrilevanti. Al blasè tutto appare di un colore uniforme, grigio, opaco, incapace di suscitare preferenze. […] Le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell’inarrestabile corrente del denaro”.
(G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, Roma, Armando, 1995, pag. 43).

E che cos’è questo atteggiamento se non il nostro “abituarci” a ciò che avviene senza più la capacità di provare emozione?
La mia mente, non lineare nè sequenziale, corre immediatamente alla “banalità del male” di H. Arendt. Tutto, persino le azioni più atroci come lo sterminio di un popolo, diventano così “banali” così poco importanti, così indifferenziate rispetto allo scorrere degli eventi, che niente più ci stupisce, nè ci indigna. Riconquistiamo la capacità di accorgerci delle differenze, di apprezzare la diversità, di non restare indifferenti davanti alle cose.

Recuperiamo la possibilità di stupirci delle cose e la grande potenza di meravigliarci di tutto e di tutti. Curiosità e meraviglia sono le chiavi di volta per ritrovare il desiderio del pensiero, della riflessione.Per ricomporre gli innumerevoli frammenti che occupano la nostra vita. Per ricostruire l’unitarietà della conoscenza e del sapere.
Possiamo farlo se “usiamo” la tecnologia.
Rischiamo di soccombere  se dalla tecnologia ci facciamo usare.

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Eccellenza. Mai senza etica.

albablog di antonella cabriolu

Una breve riflessione su un tema importante e attuale.

Parlare di etica tentando un accostamento concettuale con l’economia, rappresenta una sfida difficile e dall’esito incerto, ma:

  1.  lo scenario attuale, caratterizzato dalla società globale, priva dei rassicuranti limiti geografici, culturali e normativi;
  2.  la complessità, che mette in discussione molti, collaudati determinismi ed evidenzia lo stato di costante interrelazione tra fenomeni e sistemi;
  3.  la necessità di trovare una via per uno sviluppo che sia sostenibile;

richiedono che questa dicotomia venga superata, non solo come formulazione teorica quanto soprattutto in riferimento alla dimensione delle decisioni strategiche e alla capacità operativa.

Sicuramente, il binomio etica-impresa suona stonato per coloro che dell’attività economica guardano solo la dimensione contabile o patrimoniale e che da essa si aspettano solo un ritorno legato al profitto, certamente imprescindibile, che diventa però, l’unica e legittima ragion d’essere della vita dell’impresa.

L’obiettivo di produrre valore solo per gli azionisti o per…

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Imparare a dire “no”

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La nostra educazione tradizionale e le regole sociali spesso scoraggiano la comunicazione assertiva.

Una buona educazione è necessaria, sia chiaro, ma ci sono alcune norme e convenzioni sociali che  se ricevute in forma autoritaria e pressante, possono causare danni alla personalità dell’individuo, portandolo a sentirsi inferiore e riducendo la sua volontà di cambiamento.

Già in famiglia si sente dire, quando un bambino vuole  far valere le proprie ragioni: “I bambini devono stare zitti” e frasi simili.

A scuola i più “bravi” sono gli alunni tranquilli, quelli che non mettono in discussione l’autorità, che obbediscono e che,  possibilmente, parlano poco e dicono sempre “sì”.

Alcune di queste tendenze, fortunatamente, oggi sono cambiate ma, come afferma lo psicologo R. Emmons:

“Ancora oggi c’è la necessità di un maggiore riconoscimento delle affermazioni di ciascun individuo, del diritto di espressione di sè senza timori o senso di colpa, del diritto di dissentire, del contributo unico e irripetibile che può provenire da ciascuno di noi”.

Il modello non assertivo che si sta diffondendo si basa sulla necessità di essere aggressivi, e i media lo veicolano molto bene, di vincere sugli altri e di difendersi dagli altri.

Ciò che conta è, per questo modello, la nostra immagine esteriore e si arriva alla divisione delle persone in due macro gruppi: chi sta in posizione “top” e chi sta in quella “down”.

La difficoltà sta nel trovare un giusto equilibrio tra il sacrificio di sè e la tendenza all’individualismo, tra i propri diritti e quelli degli altri.

Ovviamente, tutti i diritti comportano dei doveri e delle responsabilità, tra cui quella di rispettare i diritti altrui, riconoscendoli importanti come i nostri.

Il diritto fondamentale che sta alla base degli altri è quello di dire “No” senza farsi schiacciare dal senso di colpa ed è quello che avviene quando si vogliono esprimere i propri sentimenti e le proprie convinzioni.

Ma ogni volta che noi parliamo, e pensiamo, in modo assertivo dobbiamo sapere che attraverso l’espressione giusta di quello che vogliamo veramente, non stiamo facendo un danno agli altri nè stiamo attentando alla loro libertà.

Ogni volta che ci esprimiamo in modo assertivo e in modo chiaro stiamo dimostrando rispetto per l’altro, oltre che per noi stessi.

Se la persona che abbiamo di fronte si risente, non dobbiamo preoccuparci: il problema è suo poichè dimostra una soglia di suscettibilità basso o un bisogno di manipolare.

Ecco una lista di diritti assertivi (da “L’assertività” di E. Giusti e  A. Testi):

  • diritto di giudicare il proprio comportamento, i propri pensieri e assumersene la responsabilità accettandone le conseguenze;
  • diritto di non offrire ragioni o scuse a giustificazione del proprio comportamento;
  • diritto di valutare se ci si vuole assumere la responsabilità di trovare soluzioni ai problemi degli altri;
  • diritto di cambiare il proprio modo di pensare;
  • diritto di sbagliare e di assumersene la responsabilità;
  • diritto di essere indipendenti dalla benevolenza degli altri quando si deve tener loro testa;
  • diritto di essere illogici nel prendere decisioni;
  • diritto di dire “non so”;
  • diritto di dire “non capisco”;
  • diritto di dire “non mi interessa”;
  • diritto di essere trattato con rispetto, qualunque sia il proprio ruolo o status;
  • diritto di affermare i propri bisogni e di esprimere i propri desideri;
  • diritto di definire i propri limiti, seguire i propri bisogni e dire “no”;
  • diritto di esprimere le proprie opinioni;
  • diritto di sostenere i propri valori;
  • diritto di essere ascoltati;
  • diritto di stabilire e perseguire i propri obiettivi, di soddisfare le proprie aspettative e di non accettare obiettivi e aspettative stabiliti per sè da altri;
  • diritto di fare richieste a un’altra persona dal momento che le si riconosce l’identico diritto di rifiutare;
  • diritto di attuare i propri diritti.

Bisogna liberarsi dalla schiavitù dettata dal “bisogna essere amati da tutti” e, a volte, il comportamento assertivo viene considerata un modo in cui si rischia la disapprovazione degli altri, cosa inaccettabile per molti di noi.

I nostri e gli altrui diritti hanno come assunto di base che noi siamo responsabili di ciò che siamo e di ciò che  facciamo:

“nessuno può manipolare le nostre emozioni o il nostro comportamento se noi non gli permettiamo di farlo”.

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Va tutto bene? È il momento giusto per il Kaizen.

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Perché si decide di migliorare e da che cosa si parte per farlo?

Nella cultura occidentale la nozione di “miglioramento” si riferisce sempre  all’eliminazione di  difetti, alla soluzione dei problemi, alla correzione degli errori.

A differenza di noi occidentali, i giapponesi non aspettano che ci siano disfunzioni o segnali di criticità ma prendono  in esame qualcosa che sembra non aver bisogno di miglioramento  e decidono   di farlo diventare qualcosa di meglio.

È un concetto che non si basa sull’assunto che si deve migliorare solo ciò che contiene degli errori o che non funziona.

Quasi sempre, noi pensiamo che poiché le cose funzionano bene così, non dobbiamo intervenire e dobbiamo lasciarle così e, anzi, troviamo pericoloso e destabilizzante apportare modifiche in qualunque direzione.

“Migliore”, per esempio, può voler dire che bisogna tendere a rendere le cose solo più semplici, attribuendo a questa dimensione un alto valore.

Come afferma B. Munari in “Da cosa nasce cosa”:

“Semplificare è un lavoro difficile ed esige molta creatività. Complicare è molto più facile, basta aggiungere tutto quello che ci viene in mente […]”. 

In Giappone usano il Kaizen.

Cos’è?
Il Kaizen
  assomiglia  a una filosofia, a uno stile di vita piuttosto che a una strategia, poiché si basa sul fatto che le cose  fanno  parte di un processo e qualunque processo, anche quello che funziona,  può essere migliorato costantemente, non solo quando presenta anomalie o errori.

Il Kaizen è un modo di essere.

Il miglioramento dovrebbe dunque essere continuo e “inesorabile”, non nell’ottica solo di  rompere con il passato, ma in un’ottica di evoluzione creativa continua.

Nelle aziende, il miglioramento richiede  il coinvolgimento di tutti e ogni singola persona dovrebbe  proporre e portare quotidianamente dei piccoli cambiamenti nel proprio contesto di lavoro, impegnandosi in prima persona in un processo di  miglioramento continuo.

Per mantenere forte  la spinta al miglioramento, per realizzare  i piccoli cambiamenti che lo rendono possibile, è necessario naturalmente  cambiare continuamente il proprio punto di vista, il proprio modo di pensare e di guardare al processo da perfezionare.

In altri termini, il Kaizen richiede di abbandonare la logica, spesso unico criterio di valutazione,  in favore della creatività.

Gli elementi del Kaizen sono (rif. Masaaki Imai “Kaizen”)

1.   Il lavoro di squadra

2.   La disciplina personale

3.   La morale migliorata

4.   Cerchi di qualità

5.   Suggerimenti per il miglioramento

  1. Essenziale il coinvolgimento di tutti 
  2. la volontà di cambiare e la disciplina per perseguire l’obiettivo 
  3. un alto senso etico che vede nel miglioramento e nel perseguimento dell’eccellenza un’occasione di crescita e un traguardo a cui mirare 
  4. la possibilità che dal cambiamento individuale derivi un cambiamento generale
  5. la costante focalizzazione per far derivare il miglioramento dai pensieri e dai bisogni individuali.

Come funziona il processo del kaizen?

Il Kaizen, nei termini di processo, può essere assimilato al ciclo di Deming (o ciclo PDCA):

  1. 1.     PLAN l’idea
  2. 2.     DO il fare
  3. 3.     CHECK la valutazione
  4. 4.     ACT l’applicazione agli altri ambiti

È un processo nel quale tutti devono sentirsi coinvolti e  fondamentale diventa il compito dei Leader aziendali, dei Responsabili di area e di progetto, dei Manager ai vertici della gerarchia aziendale:

Essi diventano  fattori chiave per la creazione di un’atmosfera aperta a ogni analisi, alle critiche e ai suggerimenti, anche quando risultassero non del tutto in linea con gli obiettivi.

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Imparare a far buon uso del mondo.

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Ci si trova, a volte, quando dobbiamo risolvere un problema, all’interno di una specie di imbuto cognitivocome una sorta di  percorso obbligato che spinge la nostra mente a fermarsi su pensieri statici, ripetitivi, che si autogenerano e si autoalimentano in  una specie  di avvitamento mentale e di autoreclusione all’interno di spazi angusti e ridotti, sempre uguali.

In questo modo, ogni problema può venir percepito come difficilmente risolvibile o, addirittura, non risolvibile.

Ciò avviene perchè cerchiamo la soluzione in un contenitore ristretto, all’interno del quale possiamo solo trovare risposte scontate o abituali che, qualche volta, hanno funzionato e che dunque riteniamo valide per ogni problema simile o che presenta elementi comuni.

Non sempre funziona.

Il più delle volte, avviene un loop vizioso che riduce la possibilità di allargare il nostro sguardo su scenari nuovi e su nuove possibilità che potrebbero aiutarci nella risoluzione del problema.

Un aiuto a uscire da questo tunnel poco produttivo può essere rappresentato dal ricorso al pensiero creativo che, utilizzando percorsi diversi dal pensiero meramente riproduttivo e procedurale, ci permette di ridefinire i termini della questione mediante la ristrutturazione percettiva degli elementi che la compongono.

Come sostiene lo psicologo maltese Edward De Bono è possibile apprendere  e pensare in modo più efficace attraverso lo sviluppo della capacità di pensiero divergente, del cosiddetto “pensiero laterale”.

Sviluppare la creatività, liberandosi di schemi mentali rigidi, permette di affrontare i problemi e, più in generale, ciò che ci accade, in modo più efficace e sicuramente meno limitante, sotto l’aspetto della possibilità di trovare valide soluzioni.

La nostra abitudine cognitiva di creare modelli che integrano quelli già esistenti, un po’ cristallizzati e rassicuranti e, spesso, fortemente strutturati, ci impedisce di ampliare i nostri spazi di visuale, limitandoci e costringendoci a ripercorrere le strade già battute che possono portarci ad avere un numero limitato di possibilità, senza alternative valide.

Il pensiero laterale, che si basa sull’intuizione e sull’insight, è un’utile alternativa al pensiero verticale, logico e condizionato che relega e imprigiona ogni nuova idea o informazione dentro i modelli di cui disponiamo e che diventano, sempre più, sclerotizzati e stabili, impermeabili a qualsiasi contaminazione benefica.

Riuscire a scardinare i modelli mentali dentro ai quali ci muoviamo, ci dà la possibilità di cambiare prospettiva sia sul problema sia sulla soluzione, facilitando l’insight, cioè l’intuizione illuminante.

Nel suo libro Creatività e pensiero laterale”, De Bono scrive:

“Nell’educazione si è sempre posto l’accento sul pensiero logico consequenziale che secondo la tradizione è l’unico a fare un uso appropriato delle informazioni. La creatività viene vagamente incoraggiata come un dono misterioso. Questo libro riguarda il pensiero laterale, che non è un surrogato del tradizionale pensiero logico ma un suo necessario complemento. Il pensiero logico è assolutamente incompleto senza il pensiero laterale. Il pensiero laterale fa un uso completamente differente delle informazioni rispetto al pensiero logico (verticale). Per esempio, la necessità di essere nel giusto a ogni passo è assolutamente essenziale al pensiero logico ma è del tutto superflua nel pensiero laterale. A volte può essere necessario sbagliare al fine di perturbare un modello in misura tale da riformarlo in un modo nuovo. Con il pensiero logico si formulano giudizi immediati, con il pensiero laterale si possono differire i giudizi allo scopo di consentire alle informazioni di interagire e generare nuove idee”.

Se ci fermiamo al solo pensiero verticale, logico/sequenziale, ci fermiamo al problema affrontandolo da considerazioni ovvie e conosciute, mentre il pensiero divergente, laterale, prevede un approccio indiretto sia al problema sia alla sua soluzione, mediante un’osservazione da angolazioni differenti e punti di vista alternativi.

Il filosofo  Umberto Galimberti dice che la creatività: 

“è un carattere saliente del comportamento umano, particolarmente evidente in alcuni individui, capaci di riconoscere, tra pensieri e oggetti, nuove connessioni che portano a innovazioni e cambiamenti”

Se è vero che l’intelligenza si configura come la capacità di risolvere problemi e non, come spesso si crede, come la misura quantitativa delle  conoscenze acquisite, diventa essenziale  abituarsi a generare connessioni e procedure funzionali alla soluzione creativa dei problemi.

Poichè  intelligenza deriva da “inter-legere” cioè “legare insieme“, tanto più sapremo creare connessioni e percorsi nuovi, tanto più riusciremo a usare la nostra mente per fare un buon uso del mondo, come il filosofo Salvatore Natoli ci suggerisce nel suo libro dal titolo “Il buon uso del mondo”.

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Relazioni di valore.

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Parlare di Coaching è parlare di Comunicazione,  senza la quale il rapporto processuale che si vuole generare tra il Coach e il Cliente resta uno sterile incontro, un  mero scambio di informazioni, un “Coaching mancato”.

La relazione che si instaura tra i due protagonisti del Coaching deve assumere un significato di interscambio reciproco che permette a entrambi di produrre e di ricevere valore, oltre che di permettere al Cliente di creare un’alleanza che lo porterà, tramite un accompagnamento e un sostegno virtuoso, verso il raggiungimento delle sue mete significative, in uno degli aspetti della sua vita che egli stesso sceglierà.

Il Coaching è molto di più di una semplice fornitura di un servizio poiché rappresenta una fattispecie professionale del tutto peculiare e con una specifica identità e unicità, rispetto ad altre tipologie di interventi con le persone.

Non si tratta di una consulenza nell’accezione comune che si dà a questo termine, né di consulto psicologico o psicoanalitico,  giacchè il Coaching non mira a curare alcuna patologia né interviene in campi che sono propri della Medicina.

Nessuna terapia, né farmacologica né di supporto psicologico, viene somministrata durante le sessioni di Coaching dove assume un ruolo fondamentale il Cliente, come protagonista e co-costruttore di tutto il percorso, supportato e accompagnato dal Coach, nel suo ruolo di facilitatore e di alleato.

1. Che cos’è una relazione di valore e come si instaura

Una relazione di valore è un rapporto personale tra due persone che si basa sulla fiducia e sul desiderio di interagire con la consapevolezza che ciò che accade all’interno della relazione apporterà diversi e reciproci benefici ai soggetti coinvolti.

Creare una relazione di valore non è semplice , non è sufficiente che il Cliente si sia rivolto a noi per fare delle sessioni di Coaching.

La scelta può essere dovuta a considerazioni  di tipo logistico (il Coach ha lo studio vicino a casa)  o ad altri fattori che hanno rilevanza per il Cliente (l’età, il sesso, l’immagine, le credenziali e i titoli) ma che non sono predittivi dell’instaurarsi di un buon rapporto.

Perché è così importante che la relazione rivesta un ruolo importante all’interno del rapporto di Coaching?

Perché deve essere una relazione di qualità?

Senza fare riferimenti di tipo teorico sull’intreccio imprescindibile che si dovrebbe creare  tra comunicazione e relazione, e tra comunicazione efficace e relazione di valore, possiamo affermare che nella prassi l’intreccio è del tutto evidente: la relazione è mediata dal processo di comunicazione e ogni comunicazione deve avere, come base, una relazione poiché essa concorre alla sua costruzione.

Sulla bontà dei due elementi, però, intervengono numerose variabili e anche se ci troviamo davanti a una buona comunicazione non per questo, deterministicamente, siamo certi di poter instaurare una relazione altrettanto buona, mentre è più facile pensare che una buona relazione abbia come base di partenza una comunicazione che funziona.

Si potrebbe pensare che in un rapporto di Coaching sia sufficiente una buona comunicazione, saper porre domande “potenti” e riuscire, attraverso pratica, esperienza e mestiere, ad applicare questa tecnica e, sicuramente, in molti casi avviene proprio così, anche con soddisfacenti risultati.

Eppure, sono convinta, che se oltre a tutto questo il Coach riesce a stabilire relazioni di valore ha dalla sua parte uno strumento straordinario che gli permette di aumentare l’efficacia dell’intervento di Coaching.

2. Tutto inizia dalla base biologica

Partiamo un po’ da lontano e  da un assunto di base: è ormai assodato che ciò che ci circonda, la realtà e quelle che noi percepiamo come “cose” definite e precise nella loro fenomenologia, altro non sono che particelle in fibrillazione energetica che si muovono incessantemente intorno a noi.

Noi, però, le percepiamo tutte nella loro determinatezza di forma e di sostanza. Com’è possibile tutto ciò?

Già il filosofo George Berkeley affermava che tutto quello che si trova fuori da noi necessita di un occhio che lo guardi, per esistere.

E aggiungeva che niente della realtà ha un suo statuto ontologico oggettivo ma che le cose esistono perché esiste una mente che le percepisce.

Essendo lui un vescovo affermava che lo “spirito” che percepisce la realtà è emanazione di Dio.

Possiamo credere o non credere ma è una visione molto interessante e, direi, moderna visto che viene riproposta, molto tempo dopo, dalla fisica quantistica, seppure con altra terminologia.

Ma questo è un’altra storia…

Per tornare al nostro discorso, possiamo affermare che ciò che traduce quell’insieme indistinto e indisciplinato di molecole erranti in “realtà” è la nostra percezione, il nostro apparato percettivo che ha sede in un apparato biologico: il cervello, il nostro sistema nervoso.

In altri termini, i miliardi di cellule che compongono una parte del nostro corpo biologico.

A questo punto, semplificando molto tutto il processo evolutivo, entra in gioco la coscienza, la nostra capacità di pensare in modo riflessivo che nasce su una base potente data dal nostro sistema nervoso che agisce indipendentemente da ciò che è cognitivo e linguistico, in termini pre-cognitivi e pre-linguistici.

Il nostro cervello, dunque, costruisce la realtà che non è mai immobile e data una volta per tutte ma si avvale di elementi che ci arrivano dall’esterno.

In questa dimensione di costruzione si inserisce il rapporto che noi instauriamo con gli altri e tanto più sapremo far spazio a questa varietà di stimoli, tanto più riusciremo a superare le barriere create da cornici statiche e immobilizzanti, tanto più riusciremo ad arricchire il nostro mondo interiore e la nostra identità come soggetti sociali, come persone capaci di generare relazioni di eccellenza.

Come afferma G. Damico [1]. “L’Io non è solido, è liquido. È una configurazione mobile. L’io non è un “dato di fatto” è una proiezione dei vostri neuroni che danzano col mondo, che danzano in relazione al mondo e a uno specifico mondo (dove quell’”è” è a sua volta una proiezione, non un’oggettivizzazione veritiera)”.

Assomigliamo a uno stormo di uccelli in volo che cambiano continuamente conformazione, che si adattano ai venti, che volteggiano in un cielo infinito e diventiamo “[…] una forma che racconta a se stessa… una storia”[2]

Ebbene, noi come quegli uccelli, all’interno di formazioni mobili e mutevoli, siamo programmati, biologicamente, per sintonizzarci con tutti i nostri simili, per creare connessioni e relazioni, per identificarci con chi ci sta intorno.

Come è possibile questo straordinario evento?

La risposta ci viene dalle neuroscienze e dalla scoperta fatta dal prof. Rizzolatti sui “neuroni specchio”, di cui tanto oggi si parla, benché nella comunità scientifica si sollevino ancora dei dubbi.

3. I neuroni specchio, nostri alleati

Capita, a volte, di sentirsi bene, in armonia, quando si è con una persona.

No, non sto parlando del proprio compagno o compagna di vita, parlo proprio di una persona qualsiasi con cui veniamo in contatto e con la quale stabiliamo un rapporto interpersonale.

Ecco, qui, entrano in azione i neuroni specchio.

Questi neuroni sono gli artefici di una specie di “capacità di simulazione” attraverso la quale, prima che entri in gioco l’elaborazione cognitiva, entra in funzione,  in modo automatico, una parte del cervello deputata al movimento e noi  siamo portati a “imitare” l’azione di chi abbiamo di fronte.

Gli scienziati affermano che questo avviene in modo automatico e, addirittura,  obbligato. La comprensione di un’emozione attraverso l’espressione del volto non avviene necessariamente o solo per analogia, ma avviene perchè si innesca un meccanismo automatico di simulazione  che provoca, in chi sta osservando, uno stato corporeo uguale, e quindi condiviso,  di quella specifica espressione.

Se vediamo una persona fare qualcosa o provare un’emozione siamo portati, naturalmente, a fare la stessa cosa. Per questo, se vediamo qualcuno che piange o qualcuno che ride siamo portati a farlo anche noi.

Daniel Siegel afferma che i neuroni specchio attivano processi e circuiti biologici molto complessi a cui ha dato il nome di “circuito della risonanza”.

Sapere che avviene questo può aiutarci nell’entrare in empatia con l’altro, può aiutarci a entrare in sintonia  per stabilire un rapporto e una relazione migliori.

Usare gli stessi modi è come parlare la stessa lingua, non può che facilitarci.

Se stiamo attenti, se osserviamo, se ci disponiamo nei confronti dell’altro con uno spirito di apertura e di condivisione, abbiamo dalla nostra parte anche questo meccanismo naturale che ci aiuta a stabilire un rapporto interpersonale migliore e sicuramente più efficace.

Questo, non significa “fare il verso” all’altro. Se noi cerchiamo di “sintonizzarci” sull’altro e usiamo alcune delle sue modalità sia espressive sia comportamentali,  favoriamo quello scambio fluido di comunicazione che facilita i rapporti.

Anche “ricalcare” la postura del corpo, o di alcune parti del corpo, aiuta il processo di interazione, rendendolo più piacevole e più fluido.

La parte del paraverbale, tono, volume, timbro e velocità della voce, rappresenta un ottimo modo per rapportarsi in modo efficace all’interlocutore. Se usiamo il tono alto con chi lo ha basso, se siamo veloci con chi ha un ritmo lento, se usiamo un registro inappropriato, rendiamo disfunzionale il nostro modo di comunicare con  chi abbiamo di fronte.

Il segreto è di seguire lo stesso ritmo, suonare la stessa  musica. Come in un concerto, la stonatura di un orchestrale suona male, così nella comunicazione interpersonale, una stonatura fa diventare quel concerto  sgradevole e poco armonico.

La comunicazione è come una danza, occorre seguire i passi, passo dopo passo, non distrarsi e osservare l’altro per non fare errori.

Quando entriamo in questo “flusso”, avvertiamo una sensazione di benessere  ed ecco perchè capita  che diciamo “sto bene con questa persona come se la conoscessi da sempre” anche se si tratta di una conoscenza recente.

4. Empatia. Enigma e ambiguità di una parola.

Theodor Lipp, uno dei teorici dell’empatia in Psicologia ed Estetica definisce l’empatia come “un termine equivoco e molto equivocato”, anche se dall’indubbio fascino poiché, già a partire dal Settecento, nell’ambito dell’Estetica, richiama  un “[…]immergersi nelle cose, un sentire se stessi, proiettare e travasare i propri sentimenti e stati d’animo in ciò che ci sta davanti”[3].

La letteratura sull’empatia è vasta e si articola seguendo i diversi campi del sapere in cui viene usata la parola: psicoanalisi, psicologia, pedagogia e filosofia.

Nel mondo anglosassone, il termine empatia è associato a compassione benchè non sia così certa e accettata da tutti l’associazione tra i due termini.

L’empatia viene anche confusa con termini quali: simpatia, pietà e amore che però sono semplici sovrapposizioni che nascondono il vero significato.

Inoltre, si associa spesso l’empatia con il riconoscimento del dolore altrui, quasi che l’unica dimensione di intersoggettività e di alterità legata ad essa possa passare per questo sentimento, dando fondamento al legame naturale che esiste in  ogni comunità necessario per la sua sopravvivenza e per il riconoscimento degli individui all’interno della società.

Come afferma L. Boella “Quando diventa partecipazione al comune destino di vulnerabilità e fragilità dell’umano, può anche permettere l’accesso, come nel buddhismo o in Schopenhauer, al senso più profondo dell’essere”[4].

Ma la distinzione netta fra compassione ed empatia è delineata con decisione da M. Nussbaum che “riabilitando” la funzione morale e politica della compassione coglie la necessità di riportare le emozioni e il corpo, la storia di ognuno di noi nelle sue dipendenze e nei suoi attaccamenti, all’interno della morale, liberandola dal rispetto astratto della norma: “ Le persone non giungono all’altruismo senza passare attraverso l’intenso attaccamento per qualcuno durante l’infanzia, senza ampliarlo gradualmente attraverso la colpa e la gratitudine, senza estendere questo interesse attraverso l’immaginazione che è tipica della compassione. […] Il bene degli altri non significa nulla per noi in astratto o a priori. È quando vengono poste in relazione a ciò che già comprendiamo, con il nostro intenso amore per i genitori […], che queste cose cominciano a diventare profondamente importanti. […]La compassione ci guida veramente verso qualcosa che sta al cuore della morale e senza cui ogni giudizio morale è uno spettrale simulacro”[5].

Anche un’altra studiosa, Edith Stein, si chiese cosa fosse l’empatia in numerose opere tra le quali una delle più importanti rimane “Il problema dell’empatia”[6] in cui afferma che di questa parola si è perso il senso esatto, poiché essa appare come incrostata dalle numerose sovrapposizioni semantiche che le sono state attribuite durante il tempo.

L’empatia è vista come un’esperienza quotidiana che permette di percepire l’esistenza dell’altro e di capirne la personalità, le motivazioni che lo spingono ad agire e di entrare in comunicazione “[…]L’empatia mette innanzitutto in contatto con la ricchezza infinita dell’esistenza di altri accanto a noi”[7].

Questo, può apparire scontato, oggi, ma resta decisivo per comprendere che l’empatia è cosa diversa dalla simpatia, dalla compassione o dall’amore.

L’empatia ci mette in comunicazione con un’emozione altrui, non necessariamente dolorosa, ma non si esaurisce con la partecipazione emotiva o la condivisione di un affetto o con altre forme particolari di comunicazione.

Essa è un modo per avere accesso all’intera persona che è l’altro ed è il presupposto necessario per provare simpatia, odio, pietà, amore e compassione.

Secondo la Stein, nell’empatia troviamo un nucleo dell’esperienza umana che non è né naturale, né innato ma non è neanche una “costruzione” intellettuale né di volontà: “Il mondo in cui vivo non è soltanto un mondo di corpi fisici: in esso ci sono, esterni a me, soggetti che “vivono” e io so di questo vissuto. […] un individuo psicofisico […]è chiaramente una cosa diversa da una “cosa” fisica”[8].

E prosegue: “Quando guardo una persona negli occhi, allora scopro per dire così il suo essere un io, dalla direzione dello sguardo si esprime l’orientamento spirituale. […] A un cieco attribuisco […] un io puro e questo “immediatamente”, cioè producendo semplicemente la percezione unitaria dell’altra, non come risultato di un processo deduttivo. […] La vivezza (Lebendigkeit) con cui questa intera vita spirituale mi invade non si può affatto paragonare al modo in cui mi vengono a datità gli stati sensibili”[9].

L’analisi della Stein ha una profondità che è difficile far vivere attraverso queste brevi citazioni ma, seppure ridotte, possono già farci capire l’importanza fondamentale del rapporto empatico al fine di stabilire le relazioni di valore cui si è fatto cenno come di una dimensione necessaria e peculiare del rapporto di Coaching.

Un aspetto che, però, non va trascurato è che l’empatia  permette di sentire l’altro ma sempre con la consapevolezza che ciò che l’altro prova è un’emozione che non ci appartiene ma che apre le porte a una nuova esperienza che coinvolge due soggetti non “come se” fosse una nostra emozione ma come l’esperienza che accoglie il dolore, la gioia altrui, mantenendo la distinzione, senza soffrire o gioire in prima persona o immedesimandosi.

Con una relazione basata sull’empatia, una relazione di valore, si ha la possibilità di avere accesso alla realtà vissuta da un altro essere umano nel luogo in cui ciò sta avvenendo, cioè nell’altro.

Potremmo definire l’empatia quasi un paradosso poiché, attraverso essa, facciamo un’esperienza particolare dentro di noi che è un’esperienza e un’emozione di un altro, qualcosa dunque che non mi appartiene ma che mi “fa sentire”, usando l’espressione della Stein, la persona che ho davanti: “L’empatia è un’esperienza specifica, non una conoscenza più o meno probabile o congetturale del vissuto altrui. L’empatia è acquisizione emotiva della realtà del sentire altrui: si rende così evidente che esiste altro e si rende evidente a me stessa che anche io sono un’altra. È pertanto un “atto di esperienza sui generis” (erfahrendes Akt), che ha la “duplicità (Doppelseitigkeit) di un vissuto proprio in cui se ne manifesta un altro”[10]

Si tratta di un modo per allargare la nostra esperienza, grazie all’emozione di un’altra persona senza, però. né immedesimarsi né provando la stessa emozione.

Questo, ci aiuta a comprendere, a sentire chi abbiamo di fronte, nel Coaching, il Cliente, ma mantenendo la necessaria lucidità per non essere coinvolti emotivamente di fronte alle sue emozioni e per poter prendere le giuste distanze che permettono di esercitare nei suoi confronti il compito che ci siamo assunti.

C’è da aggiungere, però, che a questa empatia di tipo biologico, legata alla presenza dei neuroni specchio, noi non possiamo attribuire tutto il peso della qualità dei nostri rapporti interpersonali.

Il livello successivo chiama in causa la nostra volontà di scegliere di entrare in relazione con l’altro poiché la base biologica serve solo ed esclusivamente da base necessaria ma non sufficiente per permetterci di stabilire un contatto significativo con i nostri simili.

Come afferma Damico[11]: “[…] questa seconda empatia […] non potrebbe mai esistere senza il sostrato della prima, che ne costituisce l’apriori; ma anche che la prima, senza il completamento della seconda, resta certamente una meraviglia biologica ma non etica, resta un meccanismo sofisticato che la biologia ha intessuto in noi per la sopravvivenza ma che non riesce a costruire da sola relazioni straordinarie […]”. Tali “relazioni straordinarie” sono quelle che io chiamo “relazioni di valore”.

Come possiamo fare perché un dato biologico si trasformi in strumento per il raggiungimento di un’eccellenza relazionale?

Deve intervenire la cultura, ciò che è l’attenzione e la cura per l’altro, ciò che riesce a far diventare il nostro Io “liquido”, capace di modellarsi per creare un mondo comune, nel pieno rispetto della propria unicità e peculiarità: “[…]sebbene i neuroni specchio garantiscano potentemente la capacità potenziale di entrare in risonanza con gli stati mentali dell’altro, è tuttavia un atto più ampio, un atto socio culturale e valoriale, a trasformare quella potenzialità in un gesto concreto: far evolvere l’empatia biologica in empatia sociale”[12].

Ecco che l’empatia diventa un potente strumento di cui possiamo disporre nell’attività di Coaching per sviluppare relazioni di valore, a patto che sappiamo coltivarne la ricchezza e la profondità attraverso scelte valoriali orientate alla condivisione, al supporto dell’altro, all’etica e alla consapevolezza relazionale, alla bellezza e alla reciprocità.

In caso contrario, il nostro apparato biologico, potente e meraviglioso, può non bastarci, può addirittura avvizzire e, forse, atrofizzarsi.

I nostri neuroni specchio possono restare inutilizzati o utilizzati parzialmente e in modo automatico e non funzionale a farci instaurare relazioni di qualità.

Empatia e ascolto sono dunque strumenti potenti che un buon Coach deve possedere, coltivare, affinare e salvaguardare anche quando il “mestiere” e l’esperienza possono far pensare che siano superflui e che possano essere una parte secondaria del percorso di Coaching.

Le relazioni di valore, quelle che fanno la differenza, quelle che ci danno un valore aggiunto e che permettono di raggiungere un legame significativo con il Cliente, all’interno del processo di Coaching, sono relazioni in cui l’ascolto e l’empatia, inscindibilmente legate, trasformano una semplice e comune interazione sociale in un’interazione di eccellenza in cui il Cliente trova la forza, la spinta motivazionale e la volontà di dare vita al suo progetto, con la consapevolezza di avere tutte le risorse per raggiungere i suoi obiettivi, soprattutto quelli più ambiziosi e sfidanti.

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[1] Damico G., Il codice segreto delle relazioni. Usare il cervello per arrivare al cuore, Urra Idee Editoriali Feltrinelli, Milano, 2013, pag. 23

[2] Damico G., op. cit., pag. 27

[3] Boella L., Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006, pag. XV

[4] Boella L., op. cit, pag. XVIII

[5] Nussbaum M., L’intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna, 2004, pag 98

[6] Stein E., Il problema dell’empatia, a cura di Costantini E.,  Schulze Costantini E., tr. it.  Studium, Roma, 1985

[7] Boella L., op. cit., pag. 11

[8] Stein E., op. cit., pag. 79

[9] ibidem

[10] ibidem, pag. 26

[11] Damico G., op. cit., 2013, pag. 53

[12] ibidem, pag 56

Autoefficacia e agentività.

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“Nella mia concezione, l’uomo è un organismo ambizioso, capace di agire d’anticipo in previsione di problemi, necessità di cambiamenti, attivo nel modellare il corso della sua vita e i sistemi sociali che organizzano, guidano e regolano le materie sociali” (A. Bandura)

Il comportamento umano è determinato da molti fattori diversi che interagiscono tra loro ma Bandura pensa che le persone, attraverso le proprie azioni, possano contribuire a indirizzare  e decidere la loro vita.

L’agentività (agency) è la facoltà di far accadere le cose, intervenendo sulla realtà, esercitando un potere causale.

“Le persone, attraverso i meccanismi di agentività personale, contribuiscono a determinare il loro funzionamento psicosociale. E nessun meccanismo di agentività è più importante o pervasivo delle condizioni di autoefficacia” (A. Bandura)

Le persone sono stimolate ad agire perché sono convinte di ottenere, grazie alle loro azioni i risultati che si prefiggono.

Il senso di “autoefficacia” è il vero “motore” dell’azione.

“Il senso di autoefficacia corrisponde alle convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati. Le convinzioni che le persone nutrono sulle proprie capacità hanno un effetto profondo su queste ultime. Chi è dotato di self-efficacy si riprende dai fallimenti; costoro si accostano alle situazioni pensando a come fare per gestirle, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe eventualmente andare storto” (A. Bandura)

La teoria dell’autoefficacia cerca di spiegare perché le persone cambiano e perché quando cambiano fanno quello che fanno.

I cambiamenti che si possono osservare nel comportamento di una persona possono essere suddivisi in tre categorie fondamentali:

1.      cambiamenti da esperienze dirette

2.      cambiamenti da stimoli verbali (persuasione o convincimento verbale) come informazioni che portino modifiche di aspettative e convinzioni

3.      cambiamenti legati a stati di tensione emotiva particolare

I cambiamenti del comportamento sono collegati in modo molto forte alle aspettative  e, nello specifico, a ciò che Bandura chiama “di efficacia personale” o “autoefficacia”.

Bisogna fare una distinzione tra aspettative relative all’efficacia e aspettative relative al risultato.

La prima è la convinzione di poter attuare con successo il comportamento necessario a produrre i risultati voluti.

La seconda è la valutazione espressa da una persona secondo cui un certo comportamento condurrà a risultati certi.

Di seguito, un’intervista allo psichiatra Ferdinando Pellegrino di Paola Marian, della Stampa di TO:

 “SIAMO TUTTI INTELLIGENTI. POCHI LO SANNO”.
Le strategie per aumentare la creatività.

Non è questione di intelligenza se alcuni diventano “star”, mentre altri si perdono in un bicchiere d’acqua . Secondo lo psichiatra Ferdinando Pellegrino, la chiave del successo si chiama “autoefficacia”, come spiega nel suo nuovo saggio “Personalità e autoefficacia: come allenare ragioni e emozioni “. In media infatti,  abbiamo tutti la stessa intelligenza: il problema è che non la utilizziamo tutti allo stesso modo.

In che senso siamo ugualmente intelligenti?

Il talento non è genetico, ma frutto di una costante applicazione. La valutazione classica del “QI” dimostra che quasi la metà delle persone ha lo stesso livello di intelligenza: il 46%, infatti, ne ha uno compreso tra 90 e 109 e soltanto l’1% arriva a livelli tra 120 e 139. Si tratta di valori che non aumentano né diminuiscono con l’età: ciò che varia, in ogni fase della vita, è semplicemente l’utilizzo che ne facciamo .

Perché, allora, le prestazioni sono così diverse?

Spesso l’intelligenza può “fallire”  a causa di un paradosso tipico della nostra condizione: pur potendo vivere bene, molti scelgono modalità disfunzionali – dal fumo alle droghe – complicandosi l’esistenza e perdendo di vista gli obiettivi fondamentali. Così rinunciano a usare fattori-chiave come il pensiero laterale e la creatività.

Come fare, quindi, per sfruttare le nostre “doti” naturali?

E’ necessario applicare l’”autoefficacia”: è un preciso atteggiamento mentale che spinge a dare il meglio di sé in ogni circostanza .

In pratica?

Unendo gli aspetti cognitivi e quelli emotivi, si esprime la capacità di agire con assertività. Accanto alla razionalità, infatti, si devono utilizzare le emozioni: sbaglia chi le considera un ostacolo al progredire della ragione.

Come ci si “allena”?

Con l’impegno quotidiano: per dare il meglio di sé in ogni circostanza: le energie mentali vanno coltivate con curiosità e interesse.

Quali sono quindi i consigli da seguire?

Essere soddisfatti del presente. Non aspettare il futuro. Il livello di soddisfazione del presente è un indice importante per misurare la salute psicologica. Bisogna inoltre rafforzare l’autostima, il che presuppone l’accettazione di sé stessi: solo così si affrontano i compiti difficili come sfide da vincere piuttosto che come pericoli da evitare. Di fronte alle difficoltà si deve intensificare l’impegno e mantenerlo sempre costante. La chiave di tutto, quindi, è riuscire ad affrontare le minacce con la convinzione di poter esercitare un controllo su di esse, in tutte le condizioni.

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