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Parlare di Coaching è parlare di Comunicazione,  senza la quale il rapporto processuale che si vuole generare tra il Coach e il Cliente resta uno sterile incontro, un  mero scambio di informazioni, un “Coaching mancato”.

La relazione che si instaura tra i due protagonisti del Coaching deve assumere un significato di interscambio reciproco che permette a entrambi di produrre e di ricevere valore, oltre che di permettere al Cliente di creare un’alleanza che lo porterà, tramite un accompagnamento e un sostegno virtuoso, verso il raggiungimento delle sue mete significative, in uno degli aspetti della sua vita che egli stesso sceglierà.

Il Coaching è molto di più di una semplice fornitura di un servizio poiché rappresenta una fattispecie professionale del tutto peculiare e con una specifica identità e unicità, rispetto ad altre tipologie di interventi con le persone.

Non si tratta di una consulenza nell’accezione comune che si dà a questo termine, né di consulto psicologico o psicoanalitico,  giacchè il Coaching non mira a curare alcuna patologia né interviene in campi che sono propri della Medicina.

Nessuna terapia, né farmacologica né di supporto psicologico, viene somministrata durante le sessioni di Coaching dove assume un ruolo fondamentale il Cliente, come protagonista e co-costruttore di tutto il percorso, supportato e accompagnato dal Coach, nel suo ruolo di facilitatore e di alleato.

1. Che cos’è una relazione di valore e come si instaura

Una relazione di valore è un rapporto personale tra due persone che si basa sulla fiducia e sul desiderio di interagire con la consapevolezza che ciò che accade all’interno della relazione apporterà diversi e reciproci benefici ai soggetti coinvolti.

Creare una relazione di valore non è semplice , non è sufficiente che il Cliente si sia rivolto a noi per fare delle sessioni di Coaching.

La scelta può essere dovuta a considerazioni  di tipo logistico (il Coach ha lo studio vicino a casa)  o ad altri fattori che hanno rilevanza per il Cliente (l’età, il sesso, l’immagine, le credenziali e i titoli) ma che non sono predittivi dell’instaurarsi di un buon rapporto.

Perché è così importante che la relazione rivesta un ruolo importante all’interno del rapporto di Coaching?

Perché deve essere una relazione di qualità?

Senza fare riferimenti di tipo teorico sull’intreccio imprescindibile che si dovrebbe creare  tra comunicazione e relazione, e tra comunicazione efficace e relazione di valore, possiamo affermare che nella prassi l’intreccio è del tutto evidente: la relazione è mediata dal processo di comunicazione e ogni comunicazione deve avere, come base, una relazione poiché essa concorre alla sua costruzione.

Sulla bontà dei due elementi, però, intervengono numerose variabili e anche se ci troviamo davanti a una buona comunicazione non per questo, deterministicamente, siamo certi di poter instaurare una relazione altrettanto buona, mentre è più facile pensare che una buona relazione abbia come base di partenza una comunicazione che funziona.

Si potrebbe pensare che in un rapporto di Coaching sia sufficiente una buona comunicazione, saper porre domande “potenti” e riuscire, attraverso pratica, esperienza e mestiere, ad applicare questa tecnica e, sicuramente, in molti casi avviene proprio così, anche con soddisfacenti risultati.

Eppure, sono convinta, che se oltre a tutto questo il Coach riesce a stabilire relazioni di valore ha dalla sua parte uno strumento straordinario che gli permette di aumentare l’efficacia dell’intervento di Coaching.

2. Tutto inizia dalla base biologica

Partiamo un po’ da lontano e  da un assunto di base: è ormai assodato che ciò che ci circonda, la realtà e quelle che noi percepiamo come “cose” definite e precise nella loro fenomenologia, altro non sono che particelle in fibrillazione energetica che si muovono incessantemente intorno a noi.

Noi, però, le percepiamo tutte nella loro determinatezza di forma e di sostanza. Com’è possibile tutto ciò?

Già il filosofo George Berkeley affermava che tutto quello che si trova fuori da noi necessita di un occhio che lo guardi, per esistere.

E aggiungeva che niente della realtà ha un suo statuto ontologico oggettivo ma che le cose esistono perché esiste una mente che le percepisce.

Essendo lui un vescovo affermava che lo “spirito” che percepisce la realtà è emanazione di Dio.

Possiamo credere o non credere ma è una visione molto interessante e, direi, moderna visto che viene riproposta, molto tempo dopo, dalla fisica quantistica, seppure con altra terminologia.

Ma questo è un’altra storia…

Per tornare al nostro discorso, possiamo affermare che ciò che traduce quell’insieme indistinto e indisciplinato di molecole erranti in “realtà” è la nostra percezione, il nostro apparato percettivo che ha sede in un apparato biologico: il cervello, il nostro sistema nervoso.

In altri termini, i miliardi di cellule che compongono una parte del nostro corpo biologico.

A questo punto, semplificando molto tutto il processo evolutivo, entra in gioco la coscienza, la nostra capacità di pensare in modo riflessivo che nasce su una base potente data dal nostro sistema nervoso che agisce indipendentemente da ciò che è cognitivo e linguistico, in termini pre-cognitivi e pre-linguistici.

Il nostro cervello, dunque, costruisce la realtà che non è mai immobile e data una volta per tutte ma si avvale di elementi che ci arrivano dall’esterno.

In questa dimensione di costruzione si inserisce il rapporto che noi instauriamo con gli altri e tanto più sapremo far spazio a questa varietà di stimoli, tanto più riusciremo a superare le barriere create da cornici statiche e immobilizzanti, tanto più riusciremo ad arricchire il nostro mondo interiore e la nostra identità come soggetti sociali, come persone capaci di generare relazioni di eccellenza.

Come afferma G. Damico [1]. “L’Io non è solido, è liquido. È una configurazione mobile. L’io non è un “dato di fatto” è una proiezione dei vostri neuroni che danzano col mondo, che danzano in relazione al mondo e a uno specifico mondo (dove quell’”è” è a sua volta una proiezione, non un’oggettivizzazione veritiera)”.

Assomigliamo a uno stormo di uccelli in volo che cambiano continuamente conformazione, che si adattano ai venti, che volteggiano in un cielo infinito e diventiamo “[…] una forma che racconta a se stessa… una storia”[2]

Ebbene, noi come quegli uccelli, all’interno di formazioni mobili e mutevoli, siamo programmati, biologicamente, per sintonizzarci con tutti i nostri simili, per creare connessioni e relazioni, per identificarci con chi ci sta intorno.

Come è possibile questo straordinario evento?

La risposta ci viene dalle neuroscienze e dalla scoperta fatta dal prof. Rizzolatti sui “neuroni specchio”, di cui tanto oggi si parla, benché nella comunità scientifica si sollevino ancora dei dubbi.

3. I neuroni specchio, nostri alleati

Capita, a volte, di sentirsi bene, in armonia, quando si è con una persona.

No, non sto parlando del proprio compagno o compagna di vita, parlo proprio di una persona qualsiasi con cui veniamo in contatto e con la quale stabiliamo un rapporto interpersonale.

Ecco, qui, entrano in azione i neuroni specchio.

Questi neuroni sono gli artefici di una specie di “capacità di simulazione” attraverso la quale, prima che entri in gioco l’elaborazione cognitiva, entra in funzione,  in modo automatico, una parte del cervello deputata al movimento e noi  siamo portati a “imitare” l’azione di chi abbiamo di fronte.

Gli scienziati affermano che questo avviene in modo automatico e, addirittura,  obbligato. La comprensione di un’emozione attraverso l’espressione del volto non avviene necessariamente o solo per analogia, ma avviene perchè si innesca un meccanismo automatico di simulazione  che provoca, in chi sta osservando, uno stato corporeo uguale, e quindi condiviso,  di quella specifica espressione.

Se vediamo una persona fare qualcosa o provare un’emozione siamo portati, naturalmente, a fare la stessa cosa. Per questo, se vediamo qualcuno che piange o qualcuno che ride siamo portati a farlo anche noi.

Daniel Siegel afferma che i neuroni specchio attivano processi e circuiti biologici molto complessi a cui ha dato il nome di “circuito della risonanza”.

Sapere che avviene questo può aiutarci nell’entrare in empatia con l’altro, può aiutarci a entrare in sintonia  per stabilire un rapporto e una relazione migliori.

Usare gli stessi modi è come parlare la stessa lingua, non può che facilitarci.

Se stiamo attenti, se osserviamo, se ci disponiamo nei confronti dell’altro con uno spirito di apertura e di condivisione, abbiamo dalla nostra parte anche questo meccanismo naturale che ci aiuta a stabilire un rapporto interpersonale migliore e sicuramente più efficace.

Questo, non significa “fare il verso” all’altro. Se noi cerchiamo di “sintonizzarci” sull’altro e usiamo alcune delle sue modalità sia espressive sia comportamentali,  favoriamo quello scambio fluido di comunicazione che facilita i rapporti.

Anche “ricalcare” la postura del corpo, o di alcune parti del corpo, aiuta il processo di interazione, rendendolo più piacevole e più fluido.

La parte del paraverbale, tono, volume, timbro e velocità della voce, rappresenta un ottimo modo per rapportarsi in modo efficace all’interlocutore. Se usiamo il tono alto con chi lo ha basso, se siamo veloci con chi ha un ritmo lento, se usiamo un registro inappropriato, rendiamo disfunzionale il nostro modo di comunicare con  chi abbiamo di fronte.

Il segreto è di seguire lo stesso ritmo, suonare la stessa  musica. Come in un concerto, la stonatura di un orchestrale suona male, così nella comunicazione interpersonale, una stonatura fa diventare quel concerto  sgradevole e poco armonico.

La comunicazione è come una danza, occorre seguire i passi, passo dopo passo, non distrarsi e osservare l’altro per non fare errori.

Quando entriamo in questo “flusso”, avvertiamo una sensazione di benessere  ed ecco perchè capita  che diciamo “sto bene con questa persona come se la conoscessi da sempre” anche se si tratta di una conoscenza recente.

4. Empatia. Enigma e ambiguità di una parola.

Theodor Lipp, uno dei teorici dell’empatia in Psicologia ed Estetica definisce l’empatia come “un termine equivoco e molto equivocato”, anche se dall’indubbio fascino poiché, già a partire dal Settecento, nell’ambito dell’Estetica, richiama  un “[…]immergersi nelle cose, un sentire se stessi, proiettare e travasare i propri sentimenti e stati d’animo in ciò che ci sta davanti”[3].

La letteratura sull’empatia è vasta e si articola seguendo i diversi campi del sapere in cui viene usata la parola: psicoanalisi, psicologia, pedagogia e filosofia.

Nel mondo anglosassone, il termine empatia è associato a compassione benchè non sia così certa e accettata da tutti l’associazione tra i due termini.

L’empatia viene anche confusa con termini quali: simpatia, pietà e amore che però sono semplici sovrapposizioni che nascondono il vero significato.

Inoltre, si associa spesso l’empatia con il riconoscimento del dolore altrui, quasi che l’unica dimensione di intersoggettività e di alterità legata ad essa possa passare per questo sentimento, dando fondamento al legame naturale che esiste in  ogni comunità necessario per la sua sopravvivenza e per il riconoscimento degli individui all’interno della società.

Come afferma L. Boella “Quando diventa partecipazione al comune destino di vulnerabilità e fragilità dell’umano, può anche permettere l’accesso, come nel buddhismo o in Schopenhauer, al senso più profondo dell’essere”[4].

Ma la distinzione netta fra compassione ed empatia è delineata con decisione da M. Nussbaum che “riabilitando” la funzione morale e politica della compassione coglie la necessità di riportare le emozioni e il corpo, la storia di ognuno di noi nelle sue dipendenze e nei suoi attaccamenti, all’interno della morale, liberandola dal rispetto astratto della norma: “ Le persone non giungono all’altruismo senza passare attraverso l’intenso attaccamento per qualcuno durante l’infanzia, senza ampliarlo gradualmente attraverso la colpa e la gratitudine, senza estendere questo interesse attraverso l’immaginazione che è tipica della compassione. […] Il bene degli altri non significa nulla per noi in astratto o a priori. È quando vengono poste in relazione a ciò che già comprendiamo, con il nostro intenso amore per i genitori […], che queste cose cominciano a diventare profondamente importanti. […]La compassione ci guida veramente verso qualcosa che sta al cuore della morale e senza cui ogni giudizio morale è uno spettrale simulacro”[5].

Anche un’altra studiosa, Edith Stein, si chiese cosa fosse l’empatia in numerose opere tra le quali una delle più importanti rimane “Il problema dell’empatia”[6] in cui afferma che di questa parola si è perso il senso esatto, poiché essa appare come incrostata dalle numerose sovrapposizioni semantiche che le sono state attribuite durante il tempo.

L’empatia è vista come un’esperienza quotidiana che permette di percepire l’esistenza dell’altro e di capirne la personalità, le motivazioni che lo spingono ad agire e di entrare in comunicazione “[…]L’empatia mette innanzitutto in contatto con la ricchezza infinita dell’esistenza di altri accanto a noi”[7].

Questo, può apparire scontato, oggi, ma resta decisivo per comprendere che l’empatia è cosa diversa dalla simpatia, dalla compassione o dall’amore.

L’empatia ci mette in comunicazione con un’emozione altrui, non necessariamente dolorosa, ma non si esaurisce con la partecipazione emotiva o la condivisione di un affetto o con altre forme particolari di comunicazione.

Essa è un modo per avere accesso all’intera persona che è l’altro ed è il presupposto necessario per provare simpatia, odio, pietà, amore e compassione.

Secondo la Stein, nell’empatia troviamo un nucleo dell’esperienza umana che non è né naturale, né innato ma non è neanche una “costruzione” intellettuale né di volontà: “Il mondo in cui vivo non è soltanto un mondo di corpi fisici: in esso ci sono, esterni a me, soggetti che “vivono” e io so di questo vissuto. […] un individuo psicofisico […]è chiaramente una cosa diversa da una “cosa” fisica”[8].

E prosegue: “Quando guardo una persona negli occhi, allora scopro per dire così il suo essere un io, dalla direzione dello sguardo si esprime l’orientamento spirituale. […] A un cieco attribuisco […] un io puro e questo “immediatamente”, cioè producendo semplicemente la percezione unitaria dell’altra, non come risultato di un processo deduttivo. […] La vivezza (Lebendigkeit) con cui questa intera vita spirituale mi invade non si può affatto paragonare al modo in cui mi vengono a datità gli stati sensibili”[9].

L’analisi della Stein ha una profondità che è difficile far vivere attraverso queste brevi citazioni ma, seppure ridotte, possono già farci capire l’importanza fondamentale del rapporto empatico al fine di stabilire le relazioni di valore cui si è fatto cenno come di una dimensione necessaria e peculiare del rapporto di Coaching.

Un aspetto che, però, non va trascurato è che l’empatia  permette di sentire l’altro ma sempre con la consapevolezza che ciò che l’altro prova è un’emozione che non ci appartiene ma che apre le porte a una nuova esperienza che coinvolge due soggetti non “come se” fosse una nostra emozione ma come l’esperienza che accoglie il dolore, la gioia altrui, mantenendo la distinzione, senza soffrire o gioire in prima persona o immedesimandosi.

Con una relazione basata sull’empatia, una relazione di valore, si ha la possibilità di avere accesso alla realtà vissuta da un altro essere umano nel luogo in cui ciò sta avvenendo, cioè nell’altro.

Potremmo definire l’empatia quasi un paradosso poiché, attraverso essa, facciamo un’esperienza particolare dentro di noi che è un’esperienza e un’emozione di un altro, qualcosa dunque che non mi appartiene ma che mi “fa sentire”, usando l’espressione della Stein, la persona che ho davanti: “L’empatia è un’esperienza specifica, non una conoscenza più o meno probabile o congetturale del vissuto altrui. L’empatia è acquisizione emotiva della realtà del sentire altrui: si rende così evidente che esiste altro e si rende evidente a me stessa che anche io sono un’altra. È pertanto un “atto di esperienza sui generis” (erfahrendes Akt), che ha la “duplicità (Doppelseitigkeit) di un vissuto proprio in cui se ne manifesta un altro”[10]

Si tratta di un modo per allargare la nostra esperienza, grazie all’emozione di un’altra persona senza, però. né immedesimarsi né provando la stessa emozione.

Questo, ci aiuta a comprendere, a sentire chi abbiamo di fronte, nel Coaching, il Cliente, ma mantenendo la necessaria lucidità per non essere coinvolti emotivamente di fronte alle sue emozioni e per poter prendere le giuste distanze che permettono di esercitare nei suoi confronti il compito che ci siamo assunti.

C’è da aggiungere, però, che a questa empatia di tipo biologico, legata alla presenza dei neuroni specchio, noi non possiamo attribuire tutto il peso della qualità dei nostri rapporti interpersonali.

Il livello successivo chiama in causa la nostra volontà di scegliere di entrare in relazione con l’altro poiché la base biologica serve solo ed esclusivamente da base necessaria ma non sufficiente per permetterci di stabilire un contatto significativo con i nostri simili.

Come afferma Damico[11]: “[…] questa seconda empatia […] non potrebbe mai esistere senza il sostrato della prima, che ne costituisce l’apriori; ma anche che la prima, senza il completamento della seconda, resta certamente una meraviglia biologica ma non etica, resta un meccanismo sofisticato che la biologia ha intessuto in noi per la sopravvivenza ma che non riesce a costruire da sola relazioni straordinarie […]”. Tali “relazioni straordinarie” sono quelle che io chiamo “relazioni di valore”.

Come possiamo fare perché un dato biologico si trasformi in strumento per il raggiungimento di un’eccellenza relazionale?

Deve intervenire la cultura, ciò che è l’attenzione e la cura per l’altro, ciò che riesce a far diventare il nostro Io “liquido”, capace di modellarsi per creare un mondo comune, nel pieno rispetto della propria unicità e peculiarità: “[…]sebbene i neuroni specchio garantiscano potentemente la capacità potenziale di entrare in risonanza con gli stati mentali dell’altro, è tuttavia un atto più ampio, un atto socio culturale e valoriale, a trasformare quella potenzialità in un gesto concreto: far evolvere l’empatia biologica in empatia sociale”[12].

Ecco che l’empatia diventa un potente strumento di cui possiamo disporre nell’attività di Coaching per sviluppare relazioni di valore, a patto che sappiamo coltivarne la ricchezza e la profondità attraverso scelte valoriali orientate alla condivisione, al supporto dell’altro, all’etica e alla consapevolezza relazionale, alla bellezza e alla reciprocità.

In caso contrario, il nostro apparato biologico, potente e meraviglioso, può non bastarci, può addirittura avvizzire e, forse, atrofizzarsi.

I nostri neuroni specchio possono restare inutilizzati o utilizzati parzialmente e in modo automatico e non funzionale a farci instaurare relazioni di qualità.

Empatia e ascolto sono dunque strumenti potenti che un buon Coach deve possedere, coltivare, affinare e salvaguardare anche quando il “mestiere” e l’esperienza possono far pensare che siano superflui e che possano essere una parte secondaria del percorso di Coaching.

Le relazioni di valore, quelle che fanno la differenza, quelle che ci danno un valore aggiunto e che permettono di raggiungere un legame significativo con il Cliente, all’interno del processo di Coaching, sono relazioni in cui l’ascolto e l’empatia, inscindibilmente legate, trasformano una semplice e comune interazione sociale in un’interazione di eccellenza in cui il Cliente trova la forza, la spinta motivazionale e la volontà di dare vita al suo progetto, con la consapevolezza di avere tutte le risorse per raggiungere i suoi obiettivi, soprattutto quelli più ambiziosi e sfidanti.

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[1] Damico G., Il codice segreto delle relazioni. Usare il cervello per arrivare al cuore, Urra Idee Editoriali Feltrinelli, Milano, 2013, pag. 23

[2] Damico G., op. cit., pag. 27

[3] Boella L., Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006, pag. XV

[4] Boella L., op. cit, pag. XVIII

[5] Nussbaum M., L’intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna, 2004, pag 98

[6] Stein E., Il problema dell’empatia, a cura di Costantini E.,  Schulze Costantini E., tr. it.  Studium, Roma, 1985

[7] Boella L., op. cit., pag. 11

[8] Stein E., op. cit., pag. 79

[9] ibidem

[10] ibidem, pag. 26

[11] Damico G., op. cit., 2013, pag. 53

[12] ibidem, pag 56

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