Il cambiamento non ama la fretta.

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Quando vogliamo agire su un sistema per contrastarne l’andamento negativo dobbiamo mettere in campo una serie di attività che siano in grado di diminuire, prima, e arrestare, poi, dei meccanismi consolidati.

Ogni azione fatta in questa direzione non può produrre, però, un effetto immediato poiché ogni sistema è un apparato complesso e articolato, sia in termini di organizzazione sia in termini relazionali e comunicativi, che non può essere cambiato globalmente in tempi brevi, richiedendo un intervento su più fronti, strategie diversificate e soluzioni specifiche per ogni ambito.

Spesso, chi opera nelle aziende, da esterno,  si trova di fronte delle aspettative che sono molto distanti da ciò che il proprio intervento è capace di produrre inizialmente.

I piccoli cambiamenti che avvengono, a volte,  non sono neanche avvertiti e si può avere l’impressione che il lavoro che si sta svolgendo non produca alcun risultato.

In questo primo passaggio del lavoro può verificarsi che gli attori coinvolti nel percorso si scoraggino e che decidano di abbandonare ciò che stanno facendo, riproponendo vecchi sistemi che si sono rivelati dannosi per la crescita del sistema.

È importante, in questa fase, far comprendere che i risultati non sono, e non possono essere, visibili nel breve periodo e che riproponendo vecchi modelli e vecchie logiche si aggrava ulteriormente la situazione, provocando l’entrata in scena di un nuovo elemento che ritarderà i cambiamenti auspicati.

Quali le strade da percorrere?

La prima è quella di individuare quali sono i ritardi che si verificano, o che possono ragionevolmente verificarsi,  nel sistema e procedere quindi alla definizione di obiettivi ridotti che possono essere raggiunti più facilmente ma che rappresentano, comunque,  le tappe per arrivare all’obiettivo generale prefissato.

Occorre passare poi alla programmazione temporale, attraverso una scansione precisa, che tenga conto dei ritardi inevitabili e quindi definire in modo puntuale e misurabile gli indicatori del raggiungimento degli obiettivi ridotti.

Si deve prevedere un monitoraggio costante che lasci spazio a una ridefinizione elastica in caso di fattori intervenienti, capaci di modificare l’assetto complessivo del percorso, con aggiustamenti in itinere e manovre correttive, se necessario.

La focalizzazione dell’attenzione sui risultati di medio/lungo periodo permetterà di evitare frustrazioni e percezioni di fallimento che inficiano tutto il processo messo in atto.

Ecco perché è così importante che si presenti in termini chiari, attraverso una programmazione puntuale e articolata, che l’obiettivo finale di ogni processo di cambiamento che si vuole effettuare in un sistema non può che avere un respiro di medio/lungo periodo e che gli interventi spot, che possono dare risultati immediatamente percepibili e sicuramente più gratificanti,  non incidono significativamente sull’intero assetto su cui si lavora.

Programmazione precisa e articolata, costanza e perseveranza operativa, impegno e collaborazione che passano dal coinvolgimento e dalla fiducia,  sono le vere leve di  ogni cambiamento reale, capace di ridisegnare le dinamiche aziendali in un’ottica di progressione e di miglioramento effettivo.

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Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 2.300 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 38 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Responsabilità e consigli: comandi nascosti.

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La parola “responsabilità”  ha molti significati.

Per qualcuno significa sapere che ciò che avviene dipende da ciò che  fa, per altri significa gestire delle cose in modo ottimale, per altri ancora vuol dire essere protagonisti di eventi che ricadono sotto la sua direzione.

Per me, e per molti altri, la responsabilità è la capacità di fare scelte seguite da azioni che le rendano buone sotto l’aspetto della qualità, adeguate al contesto e generatrici di conseguenze rispettose delle persone su cui esse ricadono.

Ogni performance eccellente, di alta qualità, richiede un elevato grado di responsabilità.

Perchè questo avviene?

Se scegliamo di  assumerci  la responsabilità di ciò che facciamo e di ciò che pensiamo, il nostro impegno verso quella direzione aumenta e usiamo tutta la nostra energia, sia mentale sia fisica, per raggiungere il risultato atteso nel modo migliore possibile.

Ma la responsabilità non può essere qualcosa che ci viene ordinata dall’esterno e, anche se può produrre dei  risultati, come conseguenza di un lavoro svolto, resta sempre a un livello che non può essere definito eccellente.

Svolgere un qualsiasi lavoro perchè temiamo le conseguenze derivanti  dall’inadempienza o perchè temiamo una sanzione, anche solo verbale, non ne favorisce la miglior resa.

Solo una performance conseguente a una scelta autonoma di assunzione di responsabilità è in grado di produrre risultati di valore.

Uno degli strumenti che non favorisce l’autonomia di scelta è il “consiglio” che, spesso, nasconde una forma di comando.

Capita, a volte, che tale modalità porti una percezione di scarsa autoefficacia e ciò può provocare velate forme di risentimento, con conseguente deresponsabilizzazione che incide negativamente sulla performance.

In modo inconscio, avviene una sequenza di pensieri che porteranno la persona a non sentirsi appagata, sotto l’aspetto dell’autostima, e che favoriranno una forma di avversione verso quel compito che non sarà svolto con il dovuto impegno, generando anche forme di “boicottaggio”.

Un altro effetto negativo del consiglio si ha quando le cose non vanno nella direzione sperata.

Di fronte all’insuccesso: si è portati ad attribuirne la responsabilità a chi lo ha “elargito”, allontanando da sè la piena consapevolezza della propria agentività, cioè della capacità  di incidere attivamente su ciò che avviene.

Come afferma J. Withmore:
“Dire a qualcuno di assumersi la responsabilità di qualcosa non fa sì che la persona se ne senta responsabile”.

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La carica vitale e le “certezze incerte”.

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In Economia, come nell’arte,  vi sono alcune “certezze incerte” e questo è un aspetto importante di cui tener conto.

Ci hanno insegnato che in Economia si dovrebbe usare la ragione strumentale ma, in realtà, dove si può arrivare?

Prendiamo come esempio un investimento, cioè l’impegno del proprio denaro per fare un’impresa, per acquistare le attrezzature e formare i collaboratori.

Per farlo sulla base di una decisione razionale, dovremmo basarci sull’analisi completa e dettagliata di tutte le informazioni rilevanti, eliminando così ogni incertezza e ogni rischio sul profitto di tale investimento.

Ma quali sono le informazioni che ci servono per prendere una decisione razionale? E tutte le informazioni sono esattamente quelle giuste e quelle necessarie?

Normalmente, accade invece che:

  1. l’informazione che hai non è quella che vorresti
  2. l’informazione che ti serve non è quella che puoi avere
  3. l’informazione che vorresti non è quella che ti serve
  4. l’informazione che puoi avere ha un costo superiore a quello che sei disposto a spendere (P. Bernstein)

Se ogni imprenditore potenziale si muovesse in base a calcoli prudenti e decidesse di investire solo quando ha a portata di mano tutti gli elementi per essere ragionevolmente sicuro di non correre rischi, lo spirito imprenditoriale diminuirebbe, con le conseguenze che possiamo immaginare per l’economia.

Keynes ci viene in aiuto, affermando che lo iato tra calcolo razionale e attività imprenditoriale è colmato dalla “carica vitale”.

Che cos’è?

“Probabilmente, la maggior parte delle nostre decisioni di fare qualcosa di positivo, le conseguenze totali delle quali verranno alla luce dopo molto tempo, possono essere prese solo come risultato della carica vitale, di un’urgenza spontanea all’azione più che l’inattività, e non come conseguenza di una media ponderata di probabilità quantitative. […] L’iniziativa individuale è adeguata solo quando il calcolo razionale viene integrato e supportato dalla carica vitale, in modo che il pensiero della perdita ultima, che spesso sorprende i pionieri, come l’esperienza insegna, sia messo da parte come un uomo sano mette da parte l’attesa della morte”.
(Keynes,  Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta)

La carica vitale  di Keynes, la certezza interiore che spinge le persone a intraprendere grandi imprese, aggirando il calcolo razionale e facendo dimenticare cose di cui sono a conoscenza, dimostra  che esiste una buona dose di autoinganno.

Per capire meglio la questione, ecco cosa dice a tale proposito The Economist, in un articolo apparso qualche tempo fa: ” Molte imprese di successo divengono tali perchè nei momenti critici del loro sviluppo si sono semplicemente rifiutate di uscire di scena ed hanno tirato dritto, in barba alle difficoltà. […] Uno dei compiti più difficili che i manager devono affrontare, è quello di valutare con cura le proprie possibilità”.

Proprio nei momenti di difficoltà, nei momenti di cambiamento strutturale come quello attuale occorre mettere in campo la carica vitale,  una forte  determinazione e un grande coraggio.

Far leva sulle proprie caratteristiche distintive, investire in formazione continua, imparare a gestire lo stress, stabilire relazioni di valore all’interno e all’esterno dell’azienda, rendersi flessibili e pronti ai cambiamenti, senza temerli ma senza sottovalutarne la portata e le ripercussioni, sono strumenti da mettere in campo per affrontare con sguardo nuovo e propositivo le situazioni contingenti in cui le informazioni salienti non sono immediatamente disponibili. L’attesa e l’inattività non migliorano la situazione e occorre “preparare il terreno” in modo da essere pronti di fronte all’imprevisto e all’imprevedibile.
La lungimiranza e il coraggio di un buon imprenditore si misurano non solo sulla capacità di problem solving, la gestione dell’urgenza, ma dalla capacità di prepararsi a gestire l’incertezza.

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La persuasione ovvero come veniamo influenzati.

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La ricerca psicosociale, nell’ambito degli studi sulla persuasione, ha messo in rilievo alcuni punti:

1- Le opinioni già formate possono essere cambiate difficilmente.
La mente oppone resistenza.

Se un’informazione contraddice le nostre opinioni, abbiamo la tendenza a non prestare ascolto e attenzione, perchè questo creerebbe in noi un’incongruenza.
Le nostre opinioni fanno parte di una struttura di opinioni in cui ognuna di esse ha una certa coerenza con le altre. Cambiare un’opinione che fa parte di questa “rete” ci mette nella condizione di rivedere tutto l’assetto per ristabilire la coerenza e ciò  richiede un impegno cognitivo notevole, riflessione e rielaborazione, che possiamo decidere di attuare solo in presenza di fatti ed esperienze molto rilevanti.

2- Non è molto difficile provocare nuove opinioni

Le informazioni a disposizione e gli stimoli esterni presenti oggi sono così numerosi che superano le nostre possibilità di prestare loro attenzione. Per riuscire a star dentro a questo mondo così “affollato” di stimoli e informazioni usiamo la nostra capacità e la nostra voglia di ascoltarli, in modo differenziato.
Usiamo una strategia a “risparmio cognitivo”, consideriamo cioè, prevalentemente, gli elementi più vistosi, quelli periferici o di sfondo. Questo, per quanto riguarda ovviamente le questioni che non hanno un’importanza rilevante per la nostra vita.
Le strategie a “risparmio cognitivo” ci permettono scelte rapide, che sono però suscettibili di cambiamenti in tempi brevi.
La pubblicità martellante, con i suoi messaggi ripetuti, fa leva sulla possibilità di rendere un po’ più stabili quegli input che ci portano a scegliere cosa acquistare.

3- E’ abbastanza facile influenzare il modo in cui le persone si rappresentano la realtà.

Con le informazioni che i media ci danno, con la loro rappresentazione della realtà, ci costruiamo una serie di scenari che ci fanno decidere, agire, scegliere e ci fanno comportare in un certo modo. Naturalmente, tale mediazione comunicativa non è uguale alla nostra esperienza diretta ma è già selezione e interpretazione da parte dei media.
Questo sta a significare che noi ci rappresentiamo la realtà subendo i criteri di selezione, elaborazione e interpretazione deciso dai media.

4- Può bastare riuscire a cambiare o far nascere un’opinione perchè la persona si comporti come desideriamo?

Spesso la risposta è negativa perchè solo se si verificano certe condizioni il nostro comportamento è del tutto congruente con i nostri atteggiamenti.
Questo avviene se l’atteggiamento non è apertamente in contrasto con le aspettative che hanno nei nostri confronti le persone significative, per noi.
Ci comportiamo coerentemente con altri comportamenti, ritenuti accettabili da tali figure perchè ci sentiamo vincolati da un impegno verso di loro.
Inoltre, la nostra condotta è visibile e questo ci vincola moltissimo al cosiddetto “dovere di coerenza” anche se, paradossalmente si va contro i propri interessi.

Queste non sono opinioni, sono il frutto di ricerche e studi scientifici.

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Agentività e autoefficacia

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“Nella mia concezione, l’uomo è un organismo ambizioso, capace di agire d’anticipo in previsione di problemi, necessità di cambiamenti, attivo nel modellare il corso della sua vita e i sistemi sociali che organizzano, guidano e regolano le materie sociali” (A. Bandura)

Il comportamento umano è determinato da molti fattori diversi che interagiscono tra loro ma Bandura pensa che le persone, attraverso le proprie azioni, possano contribuire a indirizzare e decidere la loro vita.

L’agentività (agency) è la facoltà di far accadere le cose, intervenendo sulla realtà, esercitando un potere causale.

“Le persone, attraverso i meccanismi di agentività personale, contribuiscono a determinare il loro funzionamento psicosociale. E nessun meccanismo di agentività è più importante o pervasivo delle condizioni di autoefficacia” (A. Bandura)

Le persone sono stimolate ad agire perché sono convinte di ottenere, grazie alle loro azioni i risultati che si prefiggono.

Il senso di “autoefficacia” è il vero “motore” dell’azione.

“Il senso di autoefficacia corrisponde alle convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati. Le convinzioni che le persone nutrono sulle proprie capacità hanno un effetto profondo su queste ultime. Chi è dotato di self-efficacy si riprende dai fallimenti; costoro si accostano alle situazioni pensando a come fare per gestirle, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe eventualmente andare storto” (A. Bandura)

La teoria dell’autoefficacia cerca di spiegare perché le persone cambiano e perché quando cambiano fanno quello che fanno.

I cambiamenti che si possono osservare nel comportamento di una persona possono essere suddivisi in tre categorie fondamentali:

1. cambiamenti da esperienze dirette

2. cambiamenti da stimoli verbali (persuasione o convincimento verbale) come informazioni che portino modifiche di aspettative e convinzioni

3. cambiamenti legati a stati di tensione emotiva particolare

I cambiamenti del comportamento sono collegati in modo molto forte alle aspettative e, nello specifico, a ciò che Bandura chiama “di efficacia personale” o “autoefficacia”.

Bisogna fare una distinzione tra aspettative relative all’efficacia e aspettative relative al risultato.

La prima è la convinzione di poter attuare con successo il comportamento necessario a produrre i risultati voluti.

La seconda è la valutazione espressa da una persona secondo cui un certo comportamento condurrà a risultati certi.

Di seguito, un’intervista allo psichiatra Ferdinando Pellegrino di Paola Marian, della Stampa di TO:

“SIAMO TUTTI INTELLIGENTI. POCHI LO SANNO”.
Le strategie per aumentare la creatività.

Non è questione di intelligenza se alcuni diventano “star”, mentre altri si perdono in un bicchiere d’acqua . Secondo lo psichiatra Ferdinando Pellegrino, la chiave del successo si chiama “autoefficacia”, come spiega nel suo nuovo saggio “Personalità e autoefficacia: come allenare ragioni e emozioni “. In media infatti, abbiamo tutti la stessa intelligenza: il problema è che non la utilizziamo tutti allo stesso modo.

In che senso siamo ugualmente intelligenti?

Il talento non è genetico, ma frutto di una costante applicazione. La valutazione classica del “QI” dimostra che quasi la metà delle persone ha lo stesso livello di intelligenza: il 46%, infatti, ne ha uno compreso tra 90 e 109 e soltanto l’1% arriva a livelli tra 120 e 139. Si tratta di valori che non aumentano né diminuiscono con l’età: ciò che varia, in ogni fase della vita, è semplicemente l’utilizzo che ne facciamo .

Perché, allora, le prestazioni sono così diverse?

Spesso l’intelligenza può “fallire” a causa di un paradosso tipico della nostra condizione: pur potendo vivere bene, molti scelgono modalità disfunzionali – dal fumo alle droghe – complicandosi l’esistenza e perdendo di vista gli obiettivi fondamentali. Così rinunciano a usare fattori-chiave come il pensiero laterale e la creatività.

Come fare, quindi, per sfruttare le nostre “doti” naturali?

E’ necessario applicare l’”autoefficacia”: è un preciso atteggiamento mentale che spinge a dare il meglio di sé in ogni circostanza .

In pratica?

Unendo gli aspetti cognitivi e quelli emotivi, si esprime la capacità di agire con assertività. Accanto alla razionalità, infatti, si devono utilizzare le emozioni: sbaglia chi le considera un ostacolo al progredire della ragione.

Come ci si “allena”?

Con l’impegno quotidiano: per dare il meglio di sé in ogni circostanza: le energie mentali vanno coltivate con curiosità e interesse.

Quali sono quindi i consigli da seguire?

Essere soddisfatti del presente. Non aspettare il futuro. Il livello di soddisfazione del presente è un indice importante per misurare la salute psicologica. Bisogna inoltre rafforzare l’autostima, il che presuppone l’accettazione di sé stessi: solo così si affrontano i compiti difficili come sfide da vincere piuttosto che come pericoli da evitare. Di fronte alle difficoltà si deve intensificare l’impegno e mantenerlo sempre costante. La chiave di tutto, quindi, è riuscire ad affrontare le minacce con la convinzione di poter esercitare un controllo su di esse, in tutte le condizioni.

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Conoscere le barriere comunicative.

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Una buona comunicazione, cioè una comunicazione efficace, dipende anche dall’eliminazione di alcuni fattori di disturbo  che possono essere:

  1. di tipo oggettivo (i mezzi sbagliati o l’uso di un codice linguistico non condiviso)
  2. di tipo psicologico (status sociale, norme familiari, relazioni disfunzionali tra i comunicanti)
  3. legati alla personalità degli interlocutori (rigidità dei quadri mentali di riferimento, mancanza di flessibilità nel comprendere gli altri, stereotipi e pregiudizi).

Anche i seguenti atteggiamenti, inoltre, ostacolano la comunicazione:

  1. interpretare
  2. giudicare
  3. manipolare
  4. pressare
  5. disattendere
  6. essere inautentici
  7. essere parziali
  8. accentrare
  9. essere narcisisti
  10. sfottere
  11. punire

Interpretare  non significa osservare i dati reali, significa dare etichette sulla base di un giudizio soggettivo e personale su dati di comportamento.

es: “Fai così perchè sei autoritario!”

Giudicare e dire sempre se una cosa è giusta o sbagliata ha l’effetto di inibire l’interlocutore.

es: “Non si fa così! Questa cosa non si è mai vista…”

Pressare significa agire sugli altri pensando che basti ripetere le cose per ottenere dei risultati.

es: “ Forza, deciditi! Prendi una decisione”

Essere inautentici vuol dire essere falsi, significa fare sviolinate gratuite che ci fanno percepire come ipocriti, rovinando la relazione

es: “Siete il gruppo migliore che conosco e ci vogliamo tutti così bene”

Sfottere è un tipo di comunicazione distruttiva e molto aggressiva. Non significa scherzare come conseguenza di una relazione genuina in cui scherzare è un aiuto a sdrammatizzare situazioni e problemi.

es: “Ecco, Alba ha finalmente aperto la bocca!” (Difficile che Alba per un po’ abbia voglia di parlare…)

Essere narcisisti significa voler sempre essere al centro dell’attenzione, vuol dire non valorizzare le persone, il loro vissuto, le loro potenzialità e i loro bisogni. Vuol dire  essere autoreferenziali in ogni circostanza, senza valorizzare le persone in modo autentico.

es: Io…faccio così! Io…so come funzionano le cose! Ti insegno io! Io… Io… Io…

Si può punire con le parole ma anche, in modo più sottile e subdolo, attraverso  la scelta di ignorare le persone o metterle sempre da parte. Questo comportamento blocca le persone e la comunicazione.

es. “Non sei abbastanza collaborativo… non sai esprimere i tuoi sentimenti…”

Conoscere ciò che ostacola la buona comunicazione ci permette di evitare alcuni errori e può migliorare  la nostra modalità comunicativa.

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Digressione

Comunicazione: due funzioni.

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Nella Comunicazione possiamo distinguere due funzioni:

  1. Funzione referenziale
  2. Funzione relazionale

La prima ha lo scopo di informare e di ricevere informazioni sui fatti esterni, sulla realtà che ci circonda.

La seconda, invece, è quella che permette la costruzione, il mantenimento e la gestione dei rapporti interpersonali.

Ha anch’essa una funzione informativa ma questa funzione si arricchisce di un’altra intenzione:

che immagine vogliamo dare di noi? 

che relazione vogliamo instaurare con chi ci sta di fronte?

In altre parole, attraverso il non verbale,  il verbale e il paraverbale decidiamo quale tipo di rapporto vogliamo con l’interlocutore, come lo vediamo e come vogliamo che ci veda.

Le due funzioni si compenetrano senza che se ne possa fare una demarcazione netta e  sono sempre compresenti.

La funzione relazionale ha un aspetto di metacomunicazione poichè indica il modo in cui il messaggio deve essere recepito.

Non possiamo pensare a uno scambio che possa essere puramente informativo che non abbia, in sè, il “come” voglio la relazione tra i parlanti.

Anche chiedere l’ora a uno sconosciuto per strada o un’informazione a uno sportello pubblico non sono messaggi neutri.

Quando lo facciamo, ci poniamo il problema di come farlo nel modo più adeguato possibile, di che tono usare per raggiungere il nostro scopo: in quanti modi possiamo chiedere l’ora per strada?

In alcune situazioni, però, l’aspetto della relazione è più marcato e diventa costitutivo dell’atto comunicativo stesso, superando l’aspetto strumentale, come la richiesta di un documento in un ufficio per esempio.

Tolstoj, in un racconto giovanile (Storia del giorno ieri, del 1851) commenta una frase di commiato del padrone agli ospiti:

“E quando ci rivedremo di nuovo? Questa frase non significa niente ma la vanità fa sì che l’ospite la traduca nel seguente modo: “quando” significa: mi raccomando, al più presto; “ci” significa: io e mia moglie, altrettanto felici di vederti; “di nuovo” significa: oggi abbiamo trascorso insieme la serata e con te non ci si può annoiare; “rivedremo” significa: facci un’altra volta la cortesia. E nell’ospite rimane un’impressione gradevole”

Complimenti, assensi, saluti reiterati: la nostra conversazione è piena di questi elementi che confermano i rapporti: io ci sono, tu ci sei, ci siamo.

Anche nel conflitto, l’aspetto di relazione, è importante.

A volte, alcuni litigi sono inspiegabili sulla base dei semplici contenuti, magari irrilevanti.

Spesso, nel conflitto, c’è il bisogno di vincere più che di convincere.

A volte, il contenuto su cui si discute è solo lo strumento per dominare o non accettare che l’altro lo faccia, per cercare una conferma o per avere ben chiaro come ci si vuole vedere e come ci vede l’altro.

La polarità tra accordo-conflitto non è sempre netta. Si può passare da una civile discussione in cui mostriamo il nostro disaccordo a scorrettezze argomentative in cui prevale il nostro bisogno di avere ragione.

Il confine tra cortesia e dissenso è sempre labile e le due funzioni sono sì antitetiche ma sempre intrecciate.

M. Mizzau, nel suo “E tu allora? Il conflitto della comunicazione quotidiana”, Il Mulino BO, 2002, afferma che:

[…] potenzialmente qualsiasi atto comunicativo può essere minaccioso per l’immagine degli altri e della propria. Critiche, accuse e insulti, espressioni di disapprovazione, minacciano la faccia positiva dell’altro; ordini e richieste, suggerimenti e consigli, ne minacciano la faccia negativa, così come ogni atto che tenda a invadere il territorio. Ma anche atti positivi come complimenti ed espressioni di ammirazione, dichiarazioni d’amore possono essere intrusivi. Contemporaneamente scuse, ringraziamenti, accettazione di ringraziamenti, promesse, confessioni mettono a rischio la faccia di chi compie questi atti, ponendola in qualche modo allo scoperto e lo stesso si può dire per i complimenti e le espressioni di ammirazione e di affetto. Si può dire che la minaccia è sempre contemporaneamente alla faccia dell’altra e alla propria: un comportamento invasivo o aggressivo nei confronti degli altri tende a screditare anche l’immagine di chi lo compie”

Forse, per questo Goffman, ipoteticamente, afferma che uno dei due poli, quello della “cortesia” potrebbe essere la conseguenza di un necessario patto di sopravvivenza che noi uomini ci siamo costruiti per fronteggiare la tendenza all’autoaffermazione e alla sopraffazione.

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Il pensiero breve. Frammenti di pensiero.

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Torno su un argomento a me caro: quanto la tecnologia incide, e come lo fa, sui meccanismi di pensiero.

Ho letto, ieri, un articolo convincente del quale condivido il contenuto dal titolo “Ostaggi del pensiero breve” di Carlo Bordoni, sull’inserto “Lettura” del Corriere della Sera.

Si fa riferimento a un saggio di E. Morin, mio Maestro durante gli studi universitari, sempre attento e puntuale a leggere le trasformazioni in atto nella nostra società.

Morin afferma, nel suo “La vita”, edito da Raffaello Cortina, che “tutte le crisi dell’umanità planetaria sono nel contempo crisi cognitive”. E come non dargli ragione?

Siamo sommersi dal sapere complessivo che, con la globalizzazione, ha messo a disposizione di tutti un’ingente mole di informazioni che, proprio a causa di questa quantità, ha assunto un peso che, a tratti, diventa insopportabile.

Siamo diventati incapaci di gestirlo adeguatamente e proficuamente e abbiamo cercato nella tecnologia un alleato, per facilitarne la conservazione e lo “stoccaggio”, come in un grande magazzino per usarlo quando ci serve, facilmente recuperabile e senza la necessità di fare sforzi mnemonici o di assimilazione concettuale.

Liberi da questa incombenza, faticosa e bisognosa di tempi distesi, ci limitiamo a un sapere superficiale, frammentario, una sorta di  piccola cassetta degli attrezzi contenente ciò che ci serve per gli usi quotidiani e vitali, sapendo che, tanto, il sapere è a disposizione quando ne ravvisiamo la necessità.

Le macchine funzionano secondo una logica lineare, semplice, chiara e univoca che non richiede astrazioni e necessità di concettualizzazione.

La tecnologia ci governa secondo un meccanismo di tipo comportamentista: a un preciso stimolo corrisponde sempre una precisa risposta. Nessuna deviazione, nessuna fuga verso un pensiero articolato, complesso, ricco e multiforme.

Ma, così facendo, abbiamo delegato alle macchine, molte funzioni che un tempo impegnavano la nostra mente ed erano compiti complessi e di ordine superiore.

La complessità dell’oggi ci spinge verso la semplificazione.

Travolti dai molti stimoli non riusciamo più a ritagliarci il tempo per riflettere in modo approfondito, per la sintesi come punto di arrivo di un percorso di analisi e non come banalizzazione o mera semplificazione contenutistica.

La scrittura, a differenza del parlato, benchè sempre meno, richiede ancora un lavoro mentale di analisi e di riflessione sulla sequenzialità logica dei concetti.

La comunicazione digitale, così prepotentemente breve, diventa il modo per pensare, dimenticando l’uso per cui è nata.

I frammenti, di cui ho parlato in un precedente articolo, producono un  esito pericoloso sui processi di pensiero e si corre il rischio, come avverte Morin, che “Il nostro modo di conoscenza parcellizzato produca ignoranze globali”.

Ci si trova davanti a ciò che Magnus Enzensberger chiama “analfabetismo secondario”, ben diverso dall’analfabetismo di ritorno in cui ci si dimentica ciò che abbiamo appreso durante il percorso scolastico.

Si tratta di un analfabetismo che colpisce persone integrate, certe di avere le competenze adeguate al ruolo sociale, convinte di essere  in linea con il proprio tempo, capaci di comunicare, usare il computer, leggere il giornale.

Siamo di fronte alla “fine della dialettica e alla contrazione della conoscenza”, come si afferma nell’articolo di Bordoni.

Non so se sia un bene o un male, non mi sono ancora data una risposta. Ma devo prendere atto che è così e che ciò che sta avvenendo richiede una riflessione attenta e profonda.

Possibilmente non  in 140 caratteri, come richiede Twitter.

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Digressione

Media: quale modello di donna?

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Alcuni dati e qualche riflessione dopo il Seminario “Violenza di genere: il ruolo degli insegnanti” al quale ho partecipato qualche tempo fa.

Quali sono i modelli che vengono veicolati dai media? Sono, solitamente, modelli inadeguati rispetto alla realtà di molte donne, che non si sentono rappresentate.

Nel convegno “Donne, innovazione e crescita. Le italiane degli stereotipi: vita reale, comunicazione e fiction” tenuto all’Università Bocconi di Milano qualche tempo fa, viene delineato un quadro poco incoraggiante.

Nel 2006 il Censis, nell’ambito  del progetto europeo Women and media in Europe, ha realizzato  un’indagine sull’immagine della donna nella televisione italiana. Attraverso l’analisi dei contenuti di 578 programmi televisivi d’informazione, approfondimento, cultura, intrattenimento sulle 7 emittenti nazionali (che fanno parte di RAI, MEDIASET e La7), emerge che le donne, nella fascia  preserale, ricoprono soprattutto ruoli di attrici (56,3%), cantanti (25%) e modelle (20%).

L’immagine più frequente dunque è quella della “donna di spettacolo”.

La donna in TV è rappresentata in maniera positiva, come protagonista della situazione, ma, generalmente, lo spazio offerto alla figura femminile è gestito da una figura maschile “ordinante”.

La sua immagine risulta comunque polarizzata rea il mondo dello spettacolo e quello della violenza della cronaca nera.

C’è una distorsione rispetto al mondo femminile reale: le donne anziane sono invisibili (4,8%), lo status socioeconomico  percepibile è medio-alto, e solo nel 9,6 % dei casi è basso, mentre le donne disabili non compaiono mai.

I temi a cui la donna  viene più spesso associata sono quelli dello spettacolo e della moda (31,5%), della violenza fisica (14,2%) e della giustizia (12,4%); quasi mai invece politica (4,8%), realizzazione professionale  (2%), e impegno nel mondo della cultura (6,6%).

Per quanto riguarda i programmi di intrattenimento, il conduttore è un uomo (58%), lo stile di conduzione è ironico (39%), malizioso (21,6%) e un po’ aggressivo (21,6%); i costumi di scena sono audaci (36,9%), le inquadrature voyeuristiche (30%) e solo nel 15,7% dei casi sottolineano le abilità artistiche delle donne.

L’estetica complesiva è quella dell’avanspettacolo mediocre (36,4%) e scadente (28,9%). Nei reality, in particolare, della donna si sottolineano invece doti di adattamento, furbizia e spregiudicatezza.

L’Ossservatorio di Pavia Media Research si occupa, tra gli altri temi, anche di donne e di media.

Il suo studio su “Rappresentanze di genere nelle emittenti televisive regionali e stereotipi” del 2009 rivela che le donne speaker che conducono i telegiornali sono il 36,4% contro il 63,3% degli uomini.

Va meglio per le donne reporter: le giornaliste rappresentano il 45,7% dei corrispondenti. Tra i soggetti dell’informazione  emerge che il numero delle donne di cui si parla o a cui si  dà la parola nelle notizie, rappresenta solo il 14,8%. E gli uomini risultano anche più rappresentati dalla categoria degli esperti rispetto alle donne (15,8% contro il 6,7%).

L’Osservatorio si occupa, da anni del rapporto tra donne e media e l’insieme dei dati conferma comunque l’uso segregante di immagini e linguaggi. Scelte fatte sempre in funzione della visibilità che i soggetti hanno nel mondo  in cui si muovono: gli uomini vengono associati più alla sfera pubblica, le donne al social-privato.

E, nell’intrattenimento, la situazione non cambia: vengono esasperati i luoghi comuni quali la bellezza contrapposta ad autorevolezza. Le donne parlano di sè per raccontare la realtà mentre la parola dell’uomo offre uno schema interpretativo di questa.

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