Scrive Eriksen:  “Invece di organizzare la conoscenza secondo schemi ordinati, la società dell’informazione offre un’enorme quantità di segni decontestualizzati, connessi tra loro in maniera più o meno casuale […]. Per riassumere, se si distribuisce una crescente quantità di informazioni a una velocità anch’essa crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive. C’è il rischio che i frammenti prendano il sopravvento, con conseguenze rilevanti nel modo di rapportarsi al sapere, al lavoro e allo stile di vita in senso lato”.
(T. Hylland Eriksen, Tempo tiranno. Velocità e lentezza nell’era informatica, Milano, Eleuthera, 2003, pag. 13).

Questa tendenza mi rimanda a G. Simmel quando parla di atteggiamento “blasè” riferito agli abitanti delle  metropoli, città moderne e densamente abitate:  “L’essenza dell’essere blasè consiste nell’attitudine della sensibilità rispetto alle differenze tra le cose, non nel senso che queste non siano percepite, come sarebbe il caso di un idiota, ma nel senso che il significato e il valore delle cose stesse, sono avvertiti come irrilevanti. Al blasè tutto appare di un colore uniforme, grigio, opaco, incapace di suscitare preferenze. […] Le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell’inarrestabile corrente del denaro”.
(G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, Roma, Armando, 1995, pag. 43).

E che cos’è questo atteggiamento se non il nostro “abituarci” a ciò che avviene senza più la capacità di provare emozione?
La mia mente, non lineare nè sequenziale, corre immediatamente alla “banalità del male” di H. Arendt. Tutto, persino le azioni più atroci come lo sterminio di un popolo, diventano così “banali” così poco importanti, così indifferenziate rispetto allo scorrere degli eventi, che niente più ci stupisce, nè ci indigna. Riconquistiamo la capacità di accorgerci delle differenze, di apprezzare la diversità, di non restare indifferenti davanti alle cose.

Recuperiamo la possibilità di stupirci delle cose e la grande potenza di meravigliarci di tutto e di tutti. Curiosità e meraviglia sono le chiavi di volta per ritrovare il desiderio del pensiero, della riflessione.Per ricomporre gli innumerevoli frammenti che occupano la nostra vita. Per ricostruire l’unitarietà della conoscenza e del sapere.
Possiamo farlo se “usiamo” la tecnologia.
Rischiamo di soccombere  se dalla tecnologia ci facciamo usare.

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