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Torno su un argomento a me caro: quanto la tecnologia incide, e come lo fa, sui meccanismi di pensiero.

Ho letto, ieri, un articolo convincente del quale condivido il contenuto dal titolo “Ostaggi del pensiero breve” di Carlo Bordoni, sull’inserto “Lettura” del Corriere della Sera.

Si fa riferimento a un saggio di E. Morin, mio Maestro durante gli studi universitari, sempre attento e puntuale a leggere le trasformazioni in atto nella nostra società.

Morin afferma, nel suo “La vita”, edito da Raffaello Cortina, che “tutte le crisi dell’umanità planetaria sono nel contempo crisi cognitive”. E come non dargli ragione?

Siamo sommersi dal sapere complessivo che, con la globalizzazione, ha messo a disposizione di tutti un’ingente mole di informazioni che, proprio a causa di questa quantità, ha assunto un peso che, a tratti, diventa insopportabile.

Siamo diventati incapaci di gestirlo adeguatamente e proficuamente e abbiamo cercato nella tecnologia un alleato, per facilitarne la conservazione e lo “stoccaggio”, come in un grande magazzino per usarlo quando ci serve, facilmente recuperabile e senza la necessità di fare sforzi mnemonici o di assimilazione concettuale.

Liberi da questa incombenza, faticosa e bisognosa di tempi distesi, ci limitiamo a un sapere superficiale, frammentario, una sorta di  piccola cassetta degli attrezzi contenente ciò che ci serve per gli usi quotidiani e vitali, sapendo che, tanto, il sapere è a disposizione quando ne ravvisiamo la necessità.

Le macchine funzionano secondo una logica lineare, semplice, chiara e univoca che non richiede astrazioni e necessità di concettualizzazione.

La tecnologia ci governa secondo un meccanismo di tipo comportamentista: a un preciso stimolo corrisponde sempre una precisa risposta. Nessuna deviazione, nessuna fuga verso un pensiero articolato, complesso, ricco e multiforme.

Ma, così facendo, abbiamo delegato alle macchine, molte funzioni che un tempo impegnavano la nostra mente ed erano compiti complessi e di ordine superiore.

La complessità dell’oggi ci spinge verso la semplificazione.

Travolti dai molti stimoli non riusciamo più a ritagliarci il tempo per riflettere in modo approfondito, per la sintesi come punto di arrivo di un percorso di analisi e non come banalizzazione o mera semplificazione contenutistica.

La scrittura, a differenza del parlato, benchè sempre meno, richiede ancora un lavoro mentale di analisi e di riflessione sulla sequenzialità logica dei concetti.

La comunicazione digitale, così prepotentemente breve, diventa il modo per pensare, dimenticando l’uso per cui è nata.

I frammenti, di cui ho parlato in un precedente articolo, producono un  esito pericoloso sui processi di pensiero e si corre il rischio, come avverte Morin, che “Il nostro modo di conoscenza parcellizzato produca ignoranze globali”.

Ci si trova davanti a ciò che Magnus Enzensberger chiama “analfabetismo secondario”, ben diverso dall’analfabetismo di ritorno in cui ci si dimentica ciò che abbiamo appreso durante il percorso scolastico.

Si tratta di un analfabetismo che colpisce persone integrate, certe di avere le competenze adeguate al ruolo sociale, convinte di essere  in linea con il proprio tempo, capaci di comunicare, usare il computer, leggere il giornale.

Siamo di fronte alla “fine della dialettica e alla contrazione della conoscenza”, come si afferma nell’articolo di Bordoni.

Non so se sia un bene o un male, non mi sono ancora data una risposta. Ma devo prendere atto che è così e che ciò che sta avvenendo richiede una riflessione attenta e profonda.

Possibilmente non  in 140 caratteri, come richiede Twitter.

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