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Alcuni dati e qualche riflessione dopo il Seminario “Violenza di genere: il ruolo degli insegnanti” al quale ho partecipato qualche tempo fa.

Quali sono i modelli che vengono veicolati dai media? Sono, solitamente, modelli inadeguati rispetto alla realtà di molte donne, che non si sentono rappresentate.

Nel convegno “Donne, innovazione e crescita. Le italiane degli stereotipi: vita reale, comunicazione e fiction” tenuto all’Università Bocconi di Milano qualche tempo fa, viene delineato un quadro poco incoraggiante.

Nel 2006 il Censis, nell’ambito  del progetto europeo Women and media in Europe, ha realizzato  un’indagine sull’immagine della donna nella televisione italiana. Attraverso l’analisi dei contenuti di 578 programmi televisivi d’informazione, approfondimento, cultura, intrattenimento sulle 7 emittenti nazionali (che fanno parte di RAI, MEDIASET e La7), emerge che le donne, nella fascia  preserale, ricoprono soprattutto ruoli di attrici (56,3%), cantanti (25%) e modelle (20%).

L’immagine più frequente dunque è quella della “donna di spettacolo”.

La donna in TV è rappresentata in maniera positiva, come protagonista della situazione, ma, generalmente, lo spazio offerto alla figura femminile è gestito da una figura maschile “ordinante”.

La sua immagine risulta comunque polarizzata rea il mondo dello spettacolo e quello della violenza della cronaca nera.

C’è una distorsione rispetto al mondo femminile reale: le donne anziane sono invisibili (4,8%), lo status socioeconomico  percepibile è medio-alto, e solo nel 9,6 % dei casi è basso, mentre le donne disabili non compaiono mai.

I temi a cui la donna  viene più spesso associata sono quelli dello spettacolo e della moda (31,5%), della violenza fisica (14,2%) e della giustizia (12,4%); quasi mai invece politica (4,8%), realizzazione professionale  (2%), e impegno nel mondo della cultura (6,6%).

Per quanto riguarda i programmi di intrattenimento, il conduttore è un uomo (58%), lo stile di conduzione è ironico (39%), malizioso (21,6%) e un po’ aggressivo (21,6%); i costumi di scena sono audaci (36,9%), le inquadrature voyeuristiche (30%) e solo nel 15,7% dei casi sottolineano le abilità artistiche delle donne.

L’estetica complesiva è quella dell’avanspettacolo mediocre (36,4%) e scadente (28,9%). Nei reality, in particolare, della donna si sottolineano invece doti di adattamento, furbizia e spregiudicatezza.

L’Ossservatorio di Pavia Media Research si occupa, tra gli altri temi, anche di donne e di media.

Il suo studio su “Rappresentanze di genere nelle emittenti televisive regionali e stereotipi” del 2009 rivela che le donne speaker che conducono i telegiornali sono il 36,4% contro il 63,3% degli uomini.

Va meglio per le donne reporter: le giornaliste rappresentano il 45,7% dei corrispondenti. Tra i soggetti dell’informazione  emerge che il numero delle donne di cui si parla o a cui si  dà la parola nelle notizie, rappresenta solo il 14,8%. E gli uomini risultano anche più rappresentati dalla categoria degli esperti rispetto alle donne (15,8% contro il 6,7%).

L’Osservatorio si occupa, da anni del rapporto tra donne e media e l’insieme dei dati conferma comunque l’uso segregante di immagini e linguaggi. Scelte fatte sempre in funzione della visibilità che i soggetti hanno nel mondo  in cui si muovono: gli uomini vengono associati più alla sfera pubblica, le donne al social-privato.

E, nell’intrattenimento, la situazione non cambia: vengono esasperati i luoghi comuni quali la bellezza contrapposta ad autorevolezza. Le donne parlano di sè per raccontare la realtà mentre la parola dell’uomo offre uno schema interpretativo di questa.

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