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A un certo punto in “La regina dei castelli di carta”, terzo volume della Millenium Trilogy di Stieg Larsson si legge:

Lisbeth Salander uscì dalla chat e andò in Internet a cercare il server che le aveva indicato Plague. Impiegò le successive tre ore a esaminare cartella dopo cartella l’hard disk di Teleborian”.

Una nuova popolazione si aggira tra di noi e questo ci sconcerta invece di interessarci.

Sono i nativi digitali, coloro che appena nati si sono trovati immersi nelle possibilità di eseguire attività attraverso strumenti di tipo digitale (nati con la tastiera in mano). Nella loro breve vita i nativi digitali acquisiscono competenze di cittadinanza attraverso strumentazioni sempre nuove e con nuovi linguaggi, che noi non abbiamo conosciuto alla loro età.

Attualmente rappresentano solo un gruppo, ma col passare del tempo tutta la società indigena italiana sarà nativa digitale. Accanto a loro convivono altre due popolazioni: gli immigrati digitali, cioè coloro che hanno appreso da adulti il web-world  e i fruitori digitali, le persone cioè che per necessità o per obbligo devono usare il web per cercare di facilitarsi la vita ma che di questo non sono convinti, ritenendo il web più una seccatura che un vantaggio vero e proprio.

Il luogo d’incontro di queste tipologie di persone dovrebbe essere la scuola, ma  spesso la scuola diventa il luogo dello scontro e, spesso, della distanza.  Sembra quasi che lo scontro di civiltà non ci sia solo tra religioni o etnie, ma anche tra la generazione dei digitalii e quella dei non digitali.

CHI SONO I NATIVI DIGITALI

Gli alunni delle nostre scuole dell’obbligo e non solo di quelle sono tutti nativi digitali e le  scuole dovrebbero cominciare a considerarli in questa veste.

Bisognerebbe che la scuola cominciasse a prendere in considerazione l’idea di colmare alcune lacune di comprensione, per evitare di creare un divario che può diventare insanabile. Molto spesso si usano nomi diversi per dire la stessa cosa, oppure   non ci si capisce quando si dice qualcosa. Bisogna uniformare, per condivere,  il lessico e comprendere alcune novità che trovano nella terminologia un punto di novità. Ma non sempre  nella scuola questo avviene e  spesso resta un eccessivo distacco tra le esigenze dei nativi digitali e le potenzialità che la scuola è in grado di offrire loro.

Inoltre, i nativi digitali stanno diventando un social network e i social network sono uno dei punti di massima criticità della nostra società. Il social network è un gruppo, che può essere di tipo  sociale, digitale o etnico che si è organizzato, strutturandosi,  un suo sistema di vita autosufficiente e che prende dalla  società solo i servizi che gli servono.

Faccio un esempio: se un ragazzino indiano che frequenta la scuola italiana a casa mangia indiano, parla indiano, legge indiano, segue  le tradizioni indiane, vede tv via cavo che provengono dal suo Paese, si trova  in un social network, totalmente, o quasi, impermeabile ai nostri tentativi di integrazione. Il social network etnico è il più sviluppato, ma anche quelli di categoria o di classe lo sono.

Ci sono poi  poi di quelli digitali, che si strutturano attraverso forme di comunicazione a distanza pubbliche, che restano però esclusive. Si usa sempre il termine integrazione, ma questo è il contrario del social network. Con l’integrazione il soggetto contamina se stesso con la società in cui vive ed effettua uno scambio tra la sua perdita dell’identità iniziale e l’integrazione con quella attuale ma tende a sganciarsi dalla sua origine: se un musulmano si integra difficilmente rimane poligamo. Mentre in un social network il soggetto assorbe servizi ed opportunità ma rimane ancorato a ciò che è.

Ha scritto Paolo Ferri dell’Università di Milano Bicocca:

“Quando negli Anni Ottanta ci si recava nella Germania dell’Est, avevamo la sensazione di tornare indietro di trent’anni. È la stessa sensazione che hanno ogni giorno i nostri alunni quando entrano a scuola. Noi abbiamo di Londra l’idea che ce ne ha dato per anni Sandro Paternostro. Loro passeggiano nelle sue strade senza esserci mai fisicamente stati. Noi incontravamo gli amici al bar, loro vanno su Facebook”.

I ragazzi vanno coinvolti modificando il modo di insegnare e “giocando” sul loro terreno. Bisogna tenere presente che le strumentazioni digitali stanno cambiando, e per certi versi lo hanno già fatto, i modi di apprendere che non passano più solo per la parola scritta. Ma le scuole non riescono facilmente a fare questo e spesso sono la metafora della Germania Est.

VALUTARE I NATIVI DIGITALI

I nativi digitali hanno diritto di essere valutati dalle scuole nella loro interezza. Le nuove norme sulla valutazione condensate nella legge 169/2008 e nel DPR 122/2009 emanati dal Ministro Gelmini prevedono medie matematiche e valutazioni collegiali. Per questo sarebbe importante  che fossero registrati non solo gli esiti dei prodotti (compiti, interrogazioni, prove strutturate, ecc.), ma anche gli step di processo (impegno, interesse, partecipazione, intuizione, capacità argomentative, accuratezza, puntualità, precisione, ecc.). La valutazione scolastica dunque dovrebbe prevedere accanto alla certificazione del prodotto anche quella del processo in modo che nulla rimanga nella testa del docente. La collegialità dovrebbe esplicarsi attraverso forme trasparenti e solo la documentazione completa può permettere di monitorare il processo di valutazione nei momenti necessari. A volte, invece, in molte scuole prevale la media matematica conteggiata attraverso valutazioni date in modo abbastanza arbitrario e un tentativo di chiudere i processi di apprendimento in una specie di “territorio franco” che non interagisce col reale.

Inoltre per valutare correttamente il processo di apprendimento vanno tenuti distinti due termini che la scuola tende a confondere:

Individualizzazione – E’ il modo migliore per sviluppare un programma. Tutti partecipano allo stesso tipo di scuola, ma vengono aiutati e valutati in base agli obiettivi fissati per loro. Alla base dell’individualizzazione ci sono gli obiettivi minimi. Personalizzazione – E’ il modo più semplice ed efficace di declinare un curricolo scolastico. Personalizzare un apprendimento o un insegnamento significa creare un percorso irreversibile proprio della persona interessata. Attraverso la personalizzazione si possono raggiungere obiettivi simili (competenze, cittadinanza, ecc.) attraverso percorsi tra loro estremamente diversi.

Questa distinzione non è sempre molto chiara a tutti i docenti, che si sfiancano alla ricerca di modalità per coinvolgere ragazzi, che invece stanno altrove. I nativi digitali sono una popolazione con loro usi e costumi, quasi sempre non sono interessati ai nostri o lo sono in modo marginale. Sono una popolazione a cui noi proponiamo futuro, ma che vede intorno a sé poche certezze, a cui noi trasmettiamo molti saperi antichi che non esistono più, a cui noi dedichiamo la nostra attenzione che non sempre intercetta le loro necessità.

La straordinaria complessità del mondo interattivo con i suoi Facebook, Twitter, Messnger, You Tube, ecc, mostra al tempo stesso le potenzialità e pericoli di una società in cui i nativi digitali cercano certezze e trovano complessità.  Più i nativi digitali conoscono, più noi stampiamo faldoni di carta che nessuno legge e che nessuno analizza. Siamo all’implosione della comunicazione, ma abbiamo dei problemi a capire come si fa. E per questo i nostri figli e i nostri alunni hanno dubbi: sulla realtà e sulla nostra capacità di guidarla.

I nativi digitali soprattutto minorenni vanno sorvegliati e puniti per i loro eccessi e per i loro comportamenti pericolosi, maleducati, teppistici.

Resta il fatto che per sorvegliare bisogna conoscere perché altrimenti la punizione è solo repressiva e non tenta neppure il recupero sociale. Per reprimere anche i peggiori comportamenti e le più evidenti deviazioni bullistiche bisogna conoscere i codici attraverso cui si esprimono i ragazzi.

Bisogna studiare i ragazzi per sorvegliarli e per capire quando vanno puniti. Chi conosce i nativi digitali ne intuisce gli usi e costumi e attraverso quelli ne percepisce le deviazioni teppistiche o bullistiche. Ma l’attenzione e l’ascolto sono la base attraverso cui partire e entro cui collocarsi. Affinché la sorveglianza sia efficace e la punizione giusta.

Ci sono i “Geek”, individui che usano gli strumenti digitali in tutte le loro possibilità, sono interessati da tutto, contaminati da fumetti, videogiochi, cultura, ecc. Sono riassunti nella frase di Barak Obama: “Sono cresciuto con Star Trek, io credo nella frontiera”. Hanno soppiantato i “Nerd”, individui che conoscono il loro computer sia dentro che fuori. Niente di ciò che sa o può sapere il loro computer gli è sconosciuto. In via di evoluzione sono gli “Hacker”, la più celebre dei quali è Lisbeth Salander, l’eroina della Millenium Trilogy. Gli hacker sono capaci di violare i computer altrui inserendosi attraverso la rete. Di solito il loro interesse maggiore è la violazione delle protezione, non l’acquisizione dei contenuti violati.

Una volta si diceva: “una risata vi seppellirà”.

Nessuno ci ha seppellito e noi non abbiamo seppellito nessuno.

E non c’è neanche granché da ridere.

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