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Comunicare non è solo trasmettere informazioni.

Nella Comunicazione possiamo distinguere due funzioni:

  1. Funzione referenziale
  2. Funzione relazionale

La prima ha lo scopo di informare e di ricevere informazioni sui fatti esterni, su ciò che ci circonda.

La seconda, invece, è quella che attiva la costruzione, il mantenimento e la gestione dei rapporti interpersonali.

Ha anch’essa una funzione informativa ma questa funzione si arricchisce di un’altra intenzione:

Qual è l’immagine vogliamo dare di noi? 

Che relazione vogliamo instaurare con chi ci sta di fronte?

Che rapporto desideriamo avere: di simmetria o di complementarietà?

In altre parole, attraverso il non verbale,  il verbale e il paraverbale decidiamo quale tipo di rapporto vogliamo con l’interlocutore, come lo vediamo e come vogliamo che ci veda.

Le due funzioni si compenetrano senza che se ne possa fare una demarcazione netta. Esse sono sempre compresenti anche se l’aspetto relazionale, basato principalmente sulla parte non verbale e paraverbale, è un po’ meno sotto il nostro controllo ed è presente anche nei momenti in cui la comunicazione verbale manca.

La funzione relazionale ha un aspetto di metacomunicazione poichè indica il modo in cui il messaggio deve essere recepito.

Non possiamo pensare a uno scambio che possa essere puramente informativo che non abbia, in sè, il “come” voglio la relazione tra i parlanti.

Anche chiedere l’ora a uno sconosciuto per strada o un’informazione a uno sportello pubblico non sono messaggi neutri.

Quando lo facciamo, ci poniamo il problema di come farlo nel modo più adeguato possibile, di che tono usare per raggiungere il nostro scopo: in quanti modi possiamo chiedere l’ora per strada?

In alcune situazioni, però, l’aspetto della relazione è più marcato e diventa costitutivo dell’atto comunicativo stesso, superando l’aspetto strumentale, come la richiesta di un documento in un ufficio per esempio.

Tolstoj, in un racconto giovanile (Storia del giorno ieri, del 1851) commenta una frase di commiato del padrone agli ospiti:

“E quando ci rivedremo di nuovo? Questa frase non significa niente ma la vanità fa sì che l’ospite la traduca nel seguente modo: “quando” significa: mi raccomando, al più presto; “ci” significa: io e mia moglie, altrettanto felici di vederti; “di nuovo” significa: oggi abbiamo trascorso insieme la serata e con te non ci si può annoiare; “rivedremo” significa: facci un’altra volta la cortesia. E nell’ospite rimane un’impressione gradevole”

Complimenti, assensi, saluti reiterati: la nostra conversazione è piena di questi elementi che confermano i rapporti: io ci sono, tu ci sei, ci siamo.

Anche nel conflitto, l’aspetto di relazione, è importante. A volte, alcuni litigi sono inspiegabili sulla base dei semplici contenuti, magari irrilevanti.

Spesso, nel conflitto, c’è il bisogno di vincere più che di convincere. Spesso, il contenuto su cui si discute è solo lo strumento per dominare o non accettare che l’altro lo faccia, per cercare una conferma o per avere ben chiaro come ci si vuole vedere e come ci vede l’altro.

La polarità tra accordo-conflitto non è sempre netta.

Si può passare da una civile discussione in cui mostriamo il nostro disaccordo a scorrettezze argomentative in cui prevale il nostro bisogno di avere ragione.

Il confine tra cortesia e dissenso è sempre labile e le due funzioni sono sì antitetiche ma sempre intrecciate.

M. Mizzau, nel suo “E tu allora? Il conflitto della comunicazione quotidiana”, Il Mulino BO, 2002, afferma che:

[…] potenzialmente qualsiasi atto comunicativo può essere minaccioso per l’immagine degli altri e della propria. Critiche, accuse e insulti, espressioni di disapprovazione, minacciano la faccia positiva dell’altro; ordini e richieste, suggerimenti e consigli, ne minacciano la faccia negativa, così come ogni atto che tenda a invadere il territorio. Ma anche atti positivi come complimenti ed espressioni di ammirazione, dichiarazioni d’amore possono essere intrusivi. Contemporaneamente scuse, ringraziamenti, accettazione di ringraziamenti, promesse, confessioni mettono a rischio la faccia di chi compie questi atti, ponendola in qualche modo allo scoperto e lo stesso si può dire per i complimenti e le espressioni di ammirazione e di affetto. Si può dire che la minaccia è sempre contemporaneamente alla faccia dell’altra e alla propria: un comportamento invasivo o aggressivo nei confronti degli altri tende a screditare anche l’immagine di chi lo compie”

Forse, per questo Goffman, ipoteticamente, afferma che uno dei due poli, quello della “cortesia” potrebbe essere la conseguenza di un necessario patto di sopravvivenza che noi uomini ci siamo costruiti per fronteggiare la tendenza all’autoaffermazione e alla sopraffazione.

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