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Empatia. Enigma e ambiguità di una parola.

Theodor Lipp, uno dei teorici dell’empatia in Psicologia ed Estetica definisce l’empatia come “un termine equivoco e molto equivocato”, anche se dall’indubbio fascino poiché, già a partire dal Settecento, nell’ambito dell’Estetica, richiama  un “[…]immergersi nelle cose, un sentire se stessi, proiettare e travasare i propri sentimenti e stati d’animo in ciò che ci sta davanti”.

La letteratura sull’empatia è vasta e si articola seguendo i diversi campi del sapere in cui viene usata la parola: psicoanalisi, psicologia, pedagogia e filosofia.

Nel mondo anglosassone, il termine empatia è associato a compassione benchè non sia così certa e accettata da tutti l’associazione tra i due termini.

L’empatia viene anche confusa con termini quali: simpatia, pietà e amore che però sono semplici sovrapposizioni che nascondono il vero significato.

Inoltre, si associa spesso l’empatia con il riconoscimento del dolore altrui, quasi che l’unica dimensione di intersoggettività e di alterità legata ad essa possa passare per questo sentimento, dando fondamento al legame naturale che esiste in  ogni comunità necessario per la sua sopravvivenza e per il riconoscimento degli individui all’interno della società.

Come afferma L. Boella “Quando diventa partecipazione al comune destino di vulnerabilità e fragilità dell’umano, può anche permettere l’accesso, come nel buddhismo o in Schopenhauer, al senso più profondo dell’essere”.

Ma la distinzione netta fra compassione ed empatia è delineata con decisione da M. Nussbaum che “riabilitando” la funzione morale e politica della compassione coglie la necessità di riportare le emozioni e il corpo, la storia di ognuno di noi nelle sue dipendenze e nei suoi attaccamenti, all’interno della morale, liberandola dal rispetto astratto della norma: “ Le persone non giungono all’altruismo senza passare attraverso l’intenso attaccamento per qualcuno durante l’infanzia, senza ampliarlo gradualmente attraverso la colpa e la gratitudine, senza estendere questo interesse attraverso l’immaginazione che è tipica della compassione. […] Il bene degli altri non significa nulla per noi in astratto o a priori. È quando vengono poste in relazione a ciò che già comprendiamo, con il nostro intenso amore per i genitori […], che queste cose cominciano a diventare profondamente importanti. […]La compassione ci guida veramente verso qualcosa che sta al cuore della morale e senza cui ogni giudizio morale è uno spettrale simulacro”.

Anche un’altra studiosa, Edith Stein, si chiese cosa fosse l’empatia in numerose opere tra le quali una delle più importanti rimane “Il problema dell’empatia” in cui afferma che di questa parola si è perso il senso esatto, poiché essa appare come incrostata dalle numerose sovrapposizioni semantiche che le sono state attribuite durante il tempo.

L’empatia è vista come un’esperienza quotidiana che permette di percepire l’esistenza dell’altro e di capirne la personalità, le motivazioni che lo spingono ad agire e di entrare in comunicazione “[…]L’empatia mette innanzitutto in contatto con la ricchezza infinita dell’esistenza di altri accanto a noi”.

Questo, può apparire scontato, oggi, ma resta decisivo per comprendere che l’empatia è cosa diversa dalla simpatia, dalla compassione o dall’amore.

L’empatia ci mette in comunicazione con un’emozione altrui, non necessariamente dolorosa, ma non si esaurisce con la partecipazione emotiva o la condivisione di un affetto o con altre forme particolari di comunicazione.

Essa è un modo per avere accesso all’intera persona che è l’altro ed è il presupposto necessario per provare simpatia, odio, pietà, amore e compassione.

Secondo la Stein, nell’empatia troviamo un nucleo dell’esperienza umana che non è né naturale, né innato ma non è neanche una “costruzione” intellettuale né di volontà: “Il mondo in cui vivo non è soltanto un mondo di corpi fisici: in esso ci sono, esterni a me, soggetti che “vivono” e io so di questo vissuto. […] un individuo psicofisico […]è chiaramente una cosa diversa da una “cosa” fisica”.

E prosegue: “Quando guardo una persona negli occhi, allora scopro per dire così il suo essere un io, dalla direzione dello sguardo si esprime l’orientamento spirituale. […] A un cieco attribuisco […] un io puro e questo “immediatamente”, cioè producendo semplicemente la percezione unitaria dell’altra, non come risultato di un processo deduttivo. […] La vivezza (Lebendigkeit) con cui questa intera vita spirituale mi invade non si può affatto paragonare al modo in cui mi vengono a datità gli stati sensibili”.

L’analisi della Stein ha una profondità che è difficile far vivere attraverso queste brevi citazioni ma, seppure ridotte, possono già farci capire l’importanza fondamentale del rapporto empatico al fine di stabilire le relazioni di valore cui si è fatto cenno come di una dimensione necessaria e peculiare del rapporto di Coaching.

Un aspetto che, però, non va trascurato è che l’empatia  permette di sentire l’altro ma sempre con la consapevolezza che ciò che l’altro prova è un’emozione che non ci appartiene ma che apre le porte a una nuova esperienza che coinvolge due soggetti non “come se” fosse una nostra emozione ma come l’esperienza che accoglie il dolore, la gioia altrui, mantenendo la distinzione, senza soffrire o gioire in prima persona o immedesimandosi.

Con una relazione basata sull’empatia, una relazione di valore, si ha la possibilità di avere accesso alla realtà vissuta da un altro essere umano nel luogo in cui ciò sta avvenendo, cioè nell’altro.

Potremmo definire l’empatia quasi un paradosso poiché, attraverso essa, facciamo un’esperienza particolare dentro di noi che è un’esperienza e un’emozione di un altro, qualcosa dunque che non mi appartiene ma che mi “fa sentire”, usando l’espressione della Stein, la persona che ho davanti:“L’empatia è un’esperienza specifica, non una conoscenza più o meno probabile o congetturale del vissuto altrui. L’empatia è acquisizione emotiva della realtà del sentire altrui: si rende così evidente che esiste altro e si rende evidente a me stessa che anche io sono un’altra. È pertanto un “atto di esperienza sui generis” (erfahrendes Akt), che ha la “duplicità (Doppelseitigkeit) di un vissuto proprio in cui se ne manifesta un altro”.

Si tratta di un modo per allargare la nostra esperienza, grazie all’emozione di un’altra persona senza, però. né immedesimarsi né provando la stessa emozione.

Questo, ci aiuta a comprendere, a sentire chi abbiamo di fronte, nel Coaching, il Cliente, ma mantenendo la necessaria lucidità per non essere coinvolti emotivamente di fronte alle sue emozioni e per poter prendere le giuste distanze che permettono di esercitare nei suoi confronti il compito che ci siamo assunti.

C’è da aggiungere, però, che a questa empatia di tipo biologico, legata alla presenza dei neuroni specchio, noi non possiamo attribuire tutto il peso della qualità dei nostri rapporti interpersonali.

Il livello successivo chiama in causa la nostra volontà di scegliere di entrare in relazione con l’altro poiché la base biologica serve solo ed esclusivamente da base necessaria ma non sufficiente per permetterci di stabilire un contatto significativo con i nostri simili.

Come afferma Damico: “[…] questa seconda empatia […] non potrebbe mai esistere senza il sostrato della prima, che ne costituisce l’apriori; ma anche che la prima, senza il completamento della seconda, resta certamente una meraviglia biologica ma non etica, resta un meccanismo sofisticato che la biologia ha intessuto in noi per la sopravvivenza ma che non riesce a costruire da sola relazioni straordinarie […]”. Tali “relazioni straordinarie” sono quelle che io chiamo “relazioni di valore”.

Come possiamo fare perché un dato biologico si trasformi in strumento per il raggiungimento di un’eccellenza relazionale?

Deve intervenire la cultura, ciò che è l’attenzione e la cura per l’altro, ciò che riesce a far diventare il nostro Io “liquido”, capace di modellarsi per creare un mondo comune, nel pieno rispetto della propria unicità e peculiarità:“[…]sebbene i neuroni specchio garantiscano potentemente la capacità potenziale di entrare in risonanza con gli stati mentali dell’altro, è tuttavia un atto più ampio, un atto socio culturale e valoriale, a trasformare quella potenzialità in un gesto concreto: far evolvere l’empatia biologica in empatia sociale”.

Ecco che l’empatia diventa un potente strumento di cui possiamo disporre nell’attività di Coaching per sviluppare relazioni di valore, a patto che sappiamo coltivarne la ricchezza e la profondità attraverso scelte valoriali orientate alla condivisione, al supporto dell’altro, all’etica e alla consapevolezza relazionale, alla bellezza e alla reciprocità.

In caso contrario, il nostro apparato biologico, potente e meraviglioso, può non bastarci, può addirittura avvizzire e, forse, atrofizzarsi.

I nostri neuroni specchio possono restare inutilizzati o utilizzati parzialmente e in modo automatico e non funzionale a farci instaurare relazioni di qualità.

Empatia e ascolto sono dunque strumenti potenti che un buon Coach deve possedere, coltivare, affinare e salvaguardare anche quando il “mestiere” e l’esperienza possono far pensare che siano superflui e che possano essere una parte secondaria del percorso di Coaching.

Le relazioni di valore, quelle che fanno la differenza, quelle che ci danno un valore aggiunto e che permettono di raggiungere un legame significativo con il Cliente, all’interno del processo di Coaching, sono relazioni in cui l’ascolto e l’empatia, inscindibilmente legate, trasformano una semplice e comune interazione sociale in un’interazione di eccellenza in cui il Cliente trova la forza, la spinta motivazionale e la volontà di dare vita al suo progetto, con la consapevolezza di avere tutte le risorse per raggiungere i suoi obiettivi, soprattutto quelli più ambiziosi e sfidanti.

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Damico G., Il codice segreto delle relazioni. Usare il cervello per arrivare al cuore, Urra Idee Editoriali Feltrinelli, Milano, 2013, pag. 23

Boella L., Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006, pag. XV

Nussbaum M., L’intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna, 2004, pag 98

Stein E., Il problema dell’empatia, a cura di Costantini E.,  Schulze Costantini E., tr. it.  Studium, Roma, 1985

 

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