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“Follia”, parola polisemantica, ricca  di interpretazioni, di sfaccettature, di approcci e di paure, soprattutto di paure.

Poche parole hanno la capacità di avere su di noi, su di me senza dubbio, un impatto tanto dirompente e tanto inquietante, nonostante ne abbia studiato le teorie e ne abbia analizzato ricerche ed esperimenti.

Fuggo da questo incontro perchè, ogni volta, mi trascina e mi fa precipitare nelle oscure spire del mio inconscio, di tutto quello che vorrei restasse sopito, nascosto e non dichiarato.

La follia rappresenta lo scardinamento delle mie certezze, della mia costruzione di trame relazionali, socialmente accettate e accettabili, del mio conformismo.

Ma qual è la follia che mi spaventa? La follia degli stereotipi più comunemente diffusi, la follia degli emarginati o la follia di chi solo non vuole uniformarsi?

Forse, quella che mi impaurisce di più, quella che mi crea il disagio maggiore è la follia intesa come incapacità di accettare le regole, di darsene e di seguirle, di rifiutare l’omologazione e la costrizione di schemi imposti e accettati dalla nostra cultura, dal nostro perbenismo.

E’ la paura di sapere che il folle non è diverso da me, è biologicamente come me, ha le mie stesse strutture mentali e quel folle è anche lo specchio di me stesso.

Noi siamo anche gli altri, pur nella nostra irriducibile unicità e noi non siamo meglio di lui.

Mi pone degli interrogativi su me stesso ed è quindi più comodo e facile pensare che il folle fa parte di una categoria a parte, una di quelle “riserve indiane” grazie alle quali ci formiamo le nostre difese, ci costruiamo le nostre certezze e creiamo la nostra collocazione nel mondo.

Ma chi è, per me, il folle?

E’ folle chi cambia i canoni della relazione, chi “osa” toccarmi, avvicinarsi troppo a me, sovvertendo le regole spaziali comunemente ritenute accettabili, chi non rispetta i turni della conversazione, chi mi risponde in modo non pertinente e codificato, chi si permette di ridere di me e del mio perbenismo e della mia rigidità, chi ride quando è “richiesto” di essere tristi e che invece non ride al nostro umorismo ma ne ha uno tutto suo, personale, poco in sintonia con il mio, con il nostro.

In base a tutto questo, quanti folli conosco? A ben guardare, non tanti ma un certo numero, sì e non credo che abbiano niente a che fare con i “malati mentali” di cui si parla in psichiatria.

E se fossero veramente malati, perchè nessuno di loro ricorre a cure per guarire questa patologia?

Allora, il folle si annida in seno a noi, è tra noi e questo scatena la paura, ci fa correre ai ripari: usiamo lo stigma per difenderci, per allontanare da noi lo spettro della follia.

Dopo Basaglia che ha tolto dal ghetto dei manicomi i malati di mente, cosa è cambiato nella società dei cosiddetti “sani”, quali bubboni sociali sono stati quei malati, quanto hanno distrutto del tessuto sociale nel quale sono stati inseriti?

Credo si possa affermare quanto poco pericolosi, strani, “brutti e cattivi” siano le persone con patologie mentali; il danno maggiore della loro infermità ricade essenzialmente su loro stessi.

Allora, perchè fantasmi, immagini negative dei peggiori fatti di cronaca vengono associati tutti alla pazzia e se ciò fosse vero, non ci sarebbe la necessità di effettuare indagine psichiatriche per confermare o escludere l’incapacità di intendere e di volere dei soggetti coinvolti.

Significa che la pazzia ha delle caratteristiche peculiari che non giustificano e non spiegano tutti i comportamenti anomali, finanche quelli delittuosi.

Mi va di intendere anche la follia come una grande fuga, come un rifugio, un allontanamento da una vita, da una situazione fortemente, insostenibilmente dolorosa che non si riesce a fronteggiare e ad accettare.

Come un cercare una dimensione in cui la vita sia più semplice, meno soggetta a regole e restrizioni.

Come un lungo viaggio fuori da noi stessi, non per un breve attimo, come quelle che possiamo concederci quando incontriamo situazioni di “eccellenza” in cui siamo completamente liberi di “essere” ma un evadere a tempo indeterminato, con il biglietto di sola andata, senza sapere se ci aspetta una stazione di arrivo o se sarà un perdersi infinito senza ritorno.

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