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Ci si trova, a volte, quando dobbiamo risolvere un problema, all’interno di una specie di “imbuto cognitivo“, come un percorso obbligato che spinge la nostra mente a fermarsi su pensieri statici, che si ripetono, che si autogenerano e si autoalimentano, in  una sorta di avvitamento mentale e di reclusione all’interno di spazi angusti e ridotti, sempre uguali.

In questo modo, ogni problema viene percepito come difficilmente risolvibile o, addirittura, non risolvibile.

Questo avviene perchè cerchiamo la soluzione in un “contenitore” ristretto, all’interno del quale possiamo solo trovare risposte scontate o abituali che, qualche volta, hanno funzionato e che dunque riteniamo valide per ogni problema simile o che presenta elementi comuni.

Non sempre funziona.

Il più delle volte, avviene un loop vizioso che riduce la possibilità di allargare il nostro sguardo su scenari nuovi e su nuove possibilità che potrebbero aiutarci nella risoluzione del problema.

Un aiuto a uscire da questo tunnel poco produttivo può essere rappresentato dal ricorso al pensiero creativo che, utilizzando percorsi diversi dal pensiero meramente ri-produttivo e procedurale, ci permette di ridefinire i termini della questione mediante la ristrutturazione percettiva degli elementi che la compongono.

Come sostiene lo psicologo maltese Edward De Bono è possibile apprendere  e pensare in modo più efficace attraverso lo sviluppo della capacità di “pensiero divergente”, del cosiddetto “pensiero laterale”.

Sviluppare la creatività, liberandosi di schemi mentali rigidi, permette di affrontare i problemi e, più in generale, ciò che ci accade, in modo più efficace e sicuramente meno limitante, sotto l’aspetto della possibilità di trovare valide soluzioni.

La nostra abitudine cognitiva di creare modelli che integrano quelli già esistenti, un po’ cristallizzati e rassicuranti e, spesso, fortemente strutturati, ci impedisce di ampliare i nostri spazi di visuale, limitandoci e costringendoci a ripercorrere le strade già battute che possono portarci ad avere un numero limitato di possibilità, senza alternative valide.

Il pensiero laterale, che si basa sull’intuizione, sull’insight, è un’utile alternativa al “pensiero verticale”, logico e condizionato che relega e imprigiona ogni nuova idea o informazione dentro tali modelli di cui disponiamo e che diventano, sempre più, sclerotizzati e stabili.

Riuscire a scardinare i modelli mentali dentro ai quali ci muoviamo, ci dà la possibilità di cambiare prospettiva sia sul problema sia sulla soluzione, facilitando l’insight, cioè l’intuizione “illuminante”.

Nel suo libro “Creatività e pensiero laterale”, De Bono scrive:

“Nell’educazione si è sempre posto l’accento sul pensiero logico consequenziale che secondo la tradizione è l’unico a fare un uso appropriato delle informazioni. La creatività viene vagamente incoraggiata come un dono misterioso. Questo libro riguarda il pensiero laterale, che non è un surrogato del tradizionale pensiero logico ma un suo necessario complemento. Il pensiero logico è assolutamente incompleto senza il pensiero laterale. Il pensiero laterale fa un uso completamente differente delle informazioni rispetto al pensiero logico (verticale). Per esempio, la necessità di essere nel giusto a ogni passo è assolutamente essenziale al pensiero logico ma è del tutto superflua nel pensiero laterale. A volte può essere necessario sbagliare al fine di perturbare un modello in misura tale da riformarlo in un modo nuovo. Con il pensiero logico si formulano giudizi immediati, con il pensiero laterale si possono differire i giudizi allo scopo di consentire alle informazioni di interagire e generare nuove idee”.

Se ci fermiamo al solo pensiero verticale, logico/sequenziale, ci fermiamo al problema, affrontandolo da considerazioni ovvie e conosciute, mentre il pensiero divergente, laterale, prevede un approccio indiretto sia al problema sia alla sua soluzione, mediante un’osservazione da angolazioni differenti e punti di vista alternativi.

Il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti dice che la creatività “è un carattere saliente del comportamento umano, particolarmente evidente in alcuni individui, capaci di riconoscere, tra pensieri e oggetti, nuove connessioni che portano a innovazioni e cambiamenti”

Se è vero che l’intelligenza si configura come la capacità di risolvere problemi e non, come spesso si crede, come la misura qualitative e quantitativa delle  conoscenze acquisite, diventa essenziale  abituarsi a creare connessioni e procedure funzionali alla soluzione creativa dei problemi.

Poichè  “intelligenza” deriva da “inter-legere” cioè “legare insieme“, tanto più sapremo creare connessioni e percorsi nuovi, tanto più riusciremo a usare la nostra mente per fare un “buon uso del mondo“, come il filosofo S. Natoli ci suggerisce.

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